Data 2-3 maggio 1815 Luogo Tolentino (Macerata) Contendenti Impero austriaco / Regno di Napoli Forze in campo 11.938 fanti e 1.452 cavalieri / 25.588 fanti 4.790 cavalieri Esito vittoria austriaca
La battaglia è considerata da molti la prima del risorgimento, infatti il 30 marzo 1815, Gioacchino Murat, re di Napoli, pubblica il Proclama di Rimini, primo manifesto dell'Indipendenza d'Italia dopo essersi spinto verso Nord e aver occupato Toscana, Marche e Romagna. Inizialmente per le armi napoletane ci furono varie vittorie ma la superiorità numerica degli austriaci era un peso difficile da contrastare all’infinito. La scelta di Tolentino fu del re di Napoli, che conscio della sua inferiorità numerica scelse un terreno che si adattava ad affrontare separatamente le armate nemiche, rispettivamente forti di 12.000 uomini (quella del maresciallo Binachi) e 11.000 quella del generale Neipperg. Ai napoletani serviva una vittoria rapida perché oltre ad essere pochi avevano gravi problemi di approvvigionamento e di armi.
Il castello di Rovereto è oggi famoso principalmente per essere sede del Museo Storico Italiano della Guerra che seppur nato per raccontare principalmente la Grande Guerra e il ruolo che questo conflitto ha avuto per il Trentino e l’Italia intera, dedica anche molte sale ad altri periodi storici importanti per il territorio come la dominazione veneziana e quella austriaca.
Subito dietro il confine austriaco, al momento dello scoppio del primo conflitto mondiale il castello e la città vennero evacuate mentre le artiglierie italiane iniziavano un pesante bombardamento.
Il bersagliere monco che fu prima divinizzato poi dimenticato, poi ancora negato, ecco chi era veramente
Alcuni decenni fa, quando a scuola si cantava la canzone del Piave e tutti sapevano perché in ogni comune d’Italia c’è una via o una piazza dedicata a Vittorio Veneto o ad Armando Diaz, tutti ricordavano la figura di un soldato, Enrico Toti, mutilato ad una gamba, bersagliere ciclista, che in una delle innumerevoli offensive sul Carso (la sesta battaglia dell’Isonzo) aveva lanciato la sua stampella contro gli austriaci dopo aver finito le munizioni, questo, secondo la tradizione, il suo ultimo gesto prima di essere colpito a morte.
Nei mesi e negli anni a seguire Toti era diventato il simbolo di un’Italia che seppur colpita e in difficoltà aveva la forza, la volontà e la voglia di combattere, di non fermarsi di fronte a nulla, nemmeno e soprattutto di fronte i propri limiti. In questo periodo però e ancora di più durante il fascismo l’episodio della stampella assorbe e risucchia la vita del bersagliere romano, fissandone tutta l’esistenza in quel solo momento, che era ormai stato divinizzato dalla retorica nazionalista. Inutile dire che proprio il dissolvimento di quella retorica ha iniziato a frantumare la figura di Toti negando l’unica cosa che ne restava: l’episodio della stampella. Lo studio del terreno secondo alcuni dimostra che era impossibile per un mutilato raggiungere la trincea dove sarebbe morto Toti, alcuni dicono di aver raccolto testimonianze indirette (quindi un sentito dire) secondo cui Toti fu colpito perché essendo ubriaco inveiva contro il nemico e si sporgeva troppo dalla trincea, secondo altre ancora di queste testimonianze di seconda (spesso terza) mano, il bersagliere era semplicemente morto sotto un bombardamento nelle retrovie.
Luogo Sicilia Data 256 a.C. Contendenti Repubblica Romana / Cartagine Esito vittoria romana
Il precedente scontro di Tindari, seppur vittorioso per i romani, aveva dimostrato che i due contendenti si equivalevano o comunque erano vicini all’equilibrio delle forze. Quindi sia cartaginesi che romani decisero di impegnare tutte le energie per potenziare le rispettive flotte seppur per motivazioni diverse. Roma voleva spostare il baricentro dello scontro verso i possedimenti metropolitani di Cartagine per alleggerire la pressione sulla Sicilia; (per i romani quella che oggi chiamiamo Prima Guerra Punica era considerata la “la guerra per la Sicilia”) i cartaginesi dal canto loro volevano ottenere un maggiore controllo del mare intorno all’isola per dare maggiore supporto alle truppe di terra che subivano troppo dalle legioni e stavano perdendo territori che avevano impiegato secoli a conquistare.
Ci sono verità sulla battaglia che si dimenticano e/o si negano ma senza conoscerle non si capirebbe perché l’Italia ha retto
Data 24 ottobre – 9 novembre 1917 Luogo Slovenia, Friuli Venezia Giulia, Veneto Contendenti Regno d’Italia / Impero Asburgico, Impero Tedesco Forze in campo 257.400 effettivi / 353.000 effettivi Esito Sfondamento fronte italiano e ritirata dall’Isonzo al Piave
Aggiungere qualcosa di nuovo ai chilometri d’inchiostro versati per parlare di questa battaglia è impresa ardua e forse inutile. Spesso è quasi depistante iniziare ad esplorare l’argomento talmente vasta è la documentazione che parla di Caporetto. Alla fine però ci si rende conto che ci sono aspetti particolarmente trascurati o deliberatamente omessi, è su alcuni e più significativi di questi che vorrei iniziare il discorso.
Anzitutto va detto che a Caporetto la guerra non finisce, l’esercito italiano non viene sconfitto definitivamente, non viene spazzato via come molti documentari, articoli o libri talvolta lasciano quasi intendere.