Durante il secondo conflitto mondiale, il vecchio incrociatore San Giorgio, che molti consideravano un vascello inutile e obsoleto, si trovò a dover scrivere le pagine più gloriose della sua storia. Quando la guerra era alle porte la vecchia nave fu inviata a Tobruk per difendere quella piazzaforte e a tale scopo il S. Giorgio salpò da Taranto l’11 maggio 1940 alle 23.40 e raggiunse le coste africane il 13 maggio alle 15.00 ormeggiandosi alla boa n°15. La nave aveva il compito primario della difesa contraerea ma anche di cooperazione in operazioni terrestri con le proprie artiglierie principali. Fu ormeggiata in una zona di bassi fondali in modo che anche se affondata avrebbe comunque potuto usare le artiglierie.Che la missione non sarebbe stata tranquilla fu chiaro da subito, gli inglesi infatti si fecero sotto già il secondo giorno di guerra, presentandosi con due navi a largo della rada, quindi in superiorità numerica e posizione strategica migliore poiché attaccando dal mare aperto, potevano manovrare in totale libertà per evitare i colpi dell’incrociatore italiano che era invece fermo agli ormeggi. Contro una nave chiusa in rada e ancorata, gli inglesi avevano praticamente vinto prima di sparare il primo colpo. Eppure a dispetto di ogni possibile pronostico ebbero subito la peggio, furono infatti i primi ad essere centrati dalle artiglierie nemiche, tanto da riportare danni rilevanti che portarono i capitani delle due unità a decidere di sganciarsi dall’ingaggio con la nave italiana.
Nei giorni successivi, tra un attacco e l’altro, l’incrociatore iniziò l’ultima inconsueta metamorfosi, venne cinto nelle reti parasiluri e collegato con i comandi di terra, si provvide inoltre a proteggerlo con muretti di sacchetti di sabbia per i serventi dei pezzi antiaerei, ma anche per proteggere i ponti in zone nevralgiche, come quelle sovrastanti i depositi di munizioni. La colorazione mimetica della nave assunse il color sabbia del suolo circostante, il San Giorgio sembrava una specie di “incrociatore terrestre”.
Durante i sei mesi della sua permanenza a Tobruk la nave partecipò a 115 azioni di fuoco contraereo, In una sola occasione furono sparati 1251 colpi d’artiglieria. In una sola notte fu aperto il fuoco contro ben 19 differenti incursioni. Nelle sue reti di protezione, alla fine degli scontri, furono trovati ben 39 siluri impigliati. Una nave di quelle dimensioni ferma in porto è un obiettivo particolarmente semplice da colpire come dimostrato dai vari affondamenti ottenuti dalle forze inglesi proprio nella rada di Tobruk; e come dimostrato da eventi quali Pearl Harbor e Taranto, solo per citare i più famosi, dove in un singolo attacco vennero affondate più navi o addirittura intere flotte. Dato tale presupposto, le difficoltà nel colpire il San Giorgio, provocarono la nascita di varie leggende e credenze su una nave che sembrava maledetta (o benedetta, a seconda di quale sia il punto di vista, degli attaccanti o dei difensori) tra cui quella che poggiasse direttamente con lo scafo su una secca o su un basamento di cemento appositamente realizzato, nulla di tutto ciò.La “Leonessa di Tobruk” ( come venne soprannominata la nave) si batté con grande determinazione, il suo equipaggio lottò contro un nemico soverchiante fino alla fine, con grande efficacia dato che tale nemico ormai credeva di avere di fronte una specie di nave fantasma. Addirittura la stampa inglese diede più volte notizia del suo affondamento, salvo poi fare marcia indietro alimentando l’alone di “incredibile” che circondava l’incrociatore. L’equipaggio del San Giorgio faceva tutto il possibile per adempiere al proprio dovere, con la speranza che il santo patrono della sua vecchia nave facesse il resto, ed in effetti molto dell’accanimento e della decisione con cui quei mariani combatterono, derivava dalla convinzione che lo scudo del santo cavaliere proteggesse la loro nave, ed i risultati straordinari ottenuti non fecero altro che alimentare questa idea, infondendo coraggio e speranza in uomini spossati dall’intensità dei continui combattimenti diurni e notturni, oltre che dalle insostenibili condizioni igieniche, sanitarie, ambientali, che riempivano l’infermeria più delle armi inglesi, che costrinse il capitano a sbarcare molti dei suoi uomini perché in condizioni tali da dover essere portati in ospedale.
Gli attacchi si susseguirono violenti e puntuali fino alla seconda metà di gennaio del ’41 quando la piazzaforte venne attaccata da terra, a quel punto il San Giorgio cercò di dare aiuto alle truppe nazionali utilizzando la buona gittata dei suoi pezzi principali, ma alla fine gli inglesi irruppero, in quel momento il comandante dell’incrociatore ricevette dal comandante della base navale, ammiraglio Vietino, questo messaggio: “L’onore della Marina esige che la nave al Vostro Comando resista fino all’estremo: Poiché la situazione è gravissima e possono venir meno le comunicazioni, lascio al Vostro giudizio di Comandante decidere il momento della distruzione della nave”.
Dopo tale comunicazione, ore interminabili di estenuanti ed accaniti combattimenti scorsero una dietro l’altra, ma alla fine, constata l’inutilità di proseguire e per evitare che la nave e le sue artiglierie cadessero in mano nemica, venne presa la decisione definiva sul destino del vascello. A mezzanotte fu avviato lo sbarco dell’equipaggio per poter iniziare a minare la nave. Fu deciso che per affondare Il San Giorgio e renderlo irreparabile, bisognava far saltare i principali depositi di munizioni. Alle 0.30 le squadre incaricate di accendere le micce dopo aver completato la posa degli ordigni, sbarcarono, ma dovettero risalire perché le detonazioni non ebbero luogo, il San Giorgio era ancora lì, nell’oscurità immobile, a prendersi beffa del suo destino. Alle 3.00 gli artificieri risalirono a bordo e alle 4.15 i depositi esplosero. La nave, illuminando a giorno tutta l’area circostante, iniziò a poggiarsi lentamente sul fondo della rada. A questo punto per i superstiti non resta che consegnarsi ai nemici, eppure, non tutti i membri dell’equipaggio sono disposti ad essere fatti prigionieri, così alcuni di loro catturano un motopeschereccio: Risveglio II e portando con loro la bandiera da battaglia della nave, riescono rocambolescamente a scivolare via nella notte dalle mani degli inglesi e a riguadagnare le coste patrie.
L’epilogo sembrava ormai consumato, ma la storia di una nave così gloriosa non poteva finire semplicemente con l’affondamento, così, nel 1951, dopo trattative col governo libico, una ditta italiana fu incaricata di recuperare il relitto, il quale fu rimesso a galla per poter essere rimorchiato fino in Italia ed avviato alla demolizione. A quanto pare però questo finale non doveva piacere ad una nave che aveva dimostrato, combattendo col proprio equipaggio, di avere quasi una volontà propria, l’ultimo atto se lo decise per proprio conto, tanto che a circa cento miglia al largo di Tobruk i cavi di rimorchio si spezzarono e il San Giorgio sfuggì all’onta della demolizione inabissandosi col tricolore al vento. 
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