Data 16 ottobre - 4 novembre 1915
Luogo Valle dell’Isonzo (Friuli-Venezia Giulia)
Contendenti Impero austriaco / Regno d’Italia
Effettivi 137 battaglioni / 338 battaglioni
Esito offensiva respinta
Conclusa senza sufficienti progressi la seconda battaglia dell’Isonzo, inizia a profilarsi lo spettro di una guerra invernale, come negli altri paesi nel ’14, anche l’Italia cade nell’illusione della guerra breve e si ritrova a non aver preparato scorte di indumenti pesanti per la truppa, nonostante le ripetute offerte di importanti opifici. L’imprevista guerra lunga pone altri gravi problemi, l’esercito italiano manca di molte attrezzature, ma il problema più annoso per l’Alto Comando è l’artiglieria, insufficiente per numero e per qualità, serve un enorme sforzo economico e industriale per risolvere questo e gli altri problemi di equipaggiamento e di logistica. Il governo è assillato tra lo spettro della disfatta da una parte e quello della bancarotta dall’altro. Sul suo diario annota il ministro Martini:
Ciò che più affanna Salandra e tutti noi è la finanza. Le richieste dello Stato Maggiore per la campagna di primavera sono immense. Come, dove procurare il denaro? E dovremo arenarci per esaurimento economico? Impossibile.
Altro problema, il paese vuole risultati, e li vuole fulminei, ma dai bollettini invece della lista delle conquiste arriva solo quella dei morti e feriti. Servono risultati prima della fine dell’anno, il governo fa pressioni e Cadorna anche in considerazione del fatto che stanno iniziando ad arrivare parte delle artiglierie e dei rifornimenti chiesti, si decide per l’attacco, ancora una volta su tutta la linea. Il 16 ottobre è freddo, l’autunno carsico è sferzato dalla gelida bora quando le artiglierie italiane aprono il fuoco e martellano il nemico per 70 ore su una linea che va da Caporetto al mare.
Quando però i fanti si lanciano all’attacco il peggio è tutt’altro che passato, inizia la carneficina, contro il monte Sabotino si lanciano 13 assalti tutti respinti con gravi perdite, viene raggiunto San Martino del Carso e si tenta di nuovo di espugnare il San Michele; per alleggerire le difese su questo pilastro vengono lanciate offensive di diversione sul Podgora, sulla Plava e nella conca di Plezzo, ma il piano non riesce. Sul San Michele attacchi e contrattacchi susseguono senza sosta, si combatte all’arma bianca si usa di tutto dalla baionetta ai pugnali, al calcio del fucile fino addirittura alle vanghe.
Anche Monte Sei Busi è teatro di pesantissimi scontri, quattro attacchi lo investono ma i difensori resistono. L’attacco italiano nel suo complesso è stato arginato, questo anche grazie ai rinforzi che Boroević (comandante delle armate dell’Isonzo) è riuscito a far arrivare dai fronti orientale e balcanico. Constatato il sostanziale fallimento dell’offensiva Cadorna interrompe ogni azione è il 4 novembre, il bilancio è di 10.633 morti, 44.290 feriti, e 11.985 dispersi, gli austriaci soffrono 8228 morti, 26.418 feriti e 7200 dispersi.
Morti e feriti però non sono l’unico problema per il comando italiano, dopo la battaglia si diffondono epidemie di colera e tifo, intere unità sono poste in quarantena risulta contagiato anche il bersagliere Benito Mussolini.
Il bollettino prova ad arrampicarsi sugli specchi per mascherare l’insuccesso, insuccesso che si inserisce in un quadro più ampio di rovesci per gli alleati che subiscono su tutti i fronti.
Il mutato clima nello spirito dei soldati dopo questo terzo bagno di sangue è ben percepibile in questa testimonianza del soldato Angelo Campodonico.
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