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Battaglia di Vittorio Veneto, dal fango alla gloria

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Data 23 ottobre-3 novembre 1918
Luogo Vittorio Veneto
Contendenti Regno d’Italia/Impero austro-ungarico
Forze in campo 51 divisioni (+ 2 divisioni francesi, 3 inglesi, 1 cecoslovacca, 1 reggimento Usa)/ 73 divisioni
Perdite 5.800 morti, 26.000 feriti / 35.000 morti, 100.000 feriti, 300.000 prigionieri
Esito Vittoria italiana e fine della guerra – pochi giorni dopo anche la Germania, rimasta sola capitola

Il 24 novembre 1917 l’esercito italiano, esausto, a Caporetto cede, ma trova la forza di riprendersi e in pochi giorni, lungo la ritirata, dopo aver varcato e abbandonato il Tagliamento già inizia a riorganizzarsi. Arrivato al Piave, viene rinforzato dalle riserve dei “Ragazzi del ‘99” e inchioda l’avanzata nemica nella “battaglia d’arresto” (prima battaglia del Piave) riuscendo poi, nel giugno del ‘18 a resistere alla poderosa offensiva austro-ungarica nella “Battaglia del Solstizio” (seconda battaglia del Piave).


I colpi tra i due grandi contendenti si susseguivano l’uno all’altro con violenza indicibile e ogni volta sia l’attacco che la difesa usavano ogni mezzo fosse anche la forza della disperazione per raggiungere il fine. Chi dei due fosse caduto per primo, avrebbe messo su un piatto d’argento non un territorio o un compenso economico ma la sua stessa sopravvivenza.

Il dato importante da rilevare sul fronte italiano è che Diaz per l’offensiva che ha in mente, cambia il modo di concepire la guerra che aveva Cadorna, quest’ultimo infatti come i suoi colleghi austriaci (primo tra tutti Conrad) era per una strategia di attacchi simultanei su tutta la linea, risultati infruttuosi e sanguinosissimi nel corso dei lunghi anni di guerra fino ad allora trascorsi. L’innovazione introdotta da alcuni generali tedeschi dell’attacco massiccio su un unico punto per sfondare il fronte, attraversare le prime linee e tagliare le vie di collegamento con le retrovie portò ad un successo clamoroso di nome Caporetto, un colpo quasi mortale che L’Italia non lascerà a lungo senza risposta. Diaz infatti impara la lezione e si prepara a rendere “pan per focaccia”. Studiando la disposizione del nemico, sceglie Vittorio Veneto punto la cui fragilità è costituta dal fatto che in questa città si trova la congiunzione tra la V e la VI armata Austriaca; l’azione avrà un diversivo, nella zona degli altipiani la IV armata italiana impegnerà a fondo la VII austriaca, l’attacco dovrà essere massiccio e precedere di parecchie ore quello principale per evitare che gli austriaci sfuggano al tranello; appena vi sarà la certezza che la mossa è riuscita l’VIII armata darà inizio alla fase centrale della manovra puntando su Vittorio Veneto a grande velocità, spezzando il fronte nemico e tagliandone le linee di comunicazione con le retrovie, contemporaneamente la X e XII si apriranno sulle ali dell’VIII per proteggerne i fianchi impedendo eventuali tentativi nemici di tagliare il saliente.

Verso i primi di ottobre 1918 la preparazione della manovra raggiunge il suo culmine in grande segretezza, tutto è pronto, ma il Piave è ingrossato e questo provoca ritardi e molte preoccupazioni per i comandi italiani, impazienti di attaccare per non pregiudicare la segretezza della manovra; dunque nei giorni 24-25-26 il primo colpo viene sferrato, la IV armata attacca sugli altipiani con grande determinazione e violenza tanto che gli austriaci per tentare di sopportarne l’urto richiamano forze dalle zone vicine alleggerendo gli altri settori. Più a Sud però, dove deve svolgersi l’azione principale la fortuna non sorride alle truppe italiane, la pioggia battente ed il Piave ingrossato impediscono l’avanzata, solo di fronte alla decima armata, grazie alla natura del fiume alle Grave di Papadopoli si riesce ad attraversarlo per creare delle teste di ponte, è il 27 e sulla sponda austriaca del fiume sono costituite tre teste di ponte a Valdobbiadene, Sernaglia, e Cima d’Olmo, che flagellate dalla pioggia e separate dalle retrovie dal fiume in piena lottarono accanitamente contro i feroci e disperati contrattacchi austriaci.



Le giornate del 27 e del 28 sono contrassegnate dai rinnovati tentativi di gettare nuovi ponti, tentativi che spesso falliscono sia per la piena del fiume sia per la reazione nemica. Solo verso il pomeriggio del 28 la resistenza sulle sponde inizia a crollare e nella notte possono essere gettati definitivamente tutti i ponti per far affluire il grosso delle truppe che condurranno la fase finale delle operazioni. Iniziano ad ammassarsi truppe e cannoni, è una densa striscia lungo la riconquistata sponda del Piave, alle prime ore del 29 inizia la marcia di sfondamento, per le logore truppe imperiali l’urto delle divisioni italiane è insostenibile e ne provoca il progressivo sbriciolamento, perso Vittorio Veneto la sesta armata si trova in grave pericolo, la ritirata risulta inevitabile, tutto il fronte inizia a sfaldarsi. Durante il forzamento del Piave le truppe Austriache si erano battute bene opponendo una resistenza tenace, ma quando l’avanzata iniziò e gli schieramenti iniziarono a cedere, anche il variegato tessuto delle truppe imperiali cedette, aumentarono gli episodi di diserzioni, fughe delle varie compagini etniche che componevano quell’esercito, l’effetto valanga si propagò velocemente, forse anche più velocemente dell’incedere dell’avanzata italiana, avanzata che procedeva parallela alla frantumazione di quello che resta dell’esercito imperiale D’Austria-Ungheria, il quale, il 30 ottobre lascia nelle mani italiane Vittorio Veneto ed il 3 novembre Trento oltre a Trieste dove nel frattempo è sbarcata la Regia Marina.
Il 4 novembre inizia la pace.


Il contributo di questa battaglia alla fine della guerra anche sugli altri fronti è stato spesso sottovalutato, anche se ha avuto una rilevanza enorme, ammessa dagli stessi tedeschi. Si legge infatti in una lettera del generale tedesco Ludendorff al conte Lerchenfeld: “Nell’ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana (all’epoca si usava il femminile per fronte, ndr) rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d’armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno…”.
Devo correre il rischio di apparire scontato ma non posso avere la presunzione di voler concludere questo racconto con parole diverse da quelle che hanno consegnato alla storia la più grande vittoria italiana di tutti i tempi, queste parole lette sui bollettini ufficiali, ascoltate per radio, riportate su giornali, libri e riviste di ogni tipo, annunciarono a tutto il Paese, che l’incubo era finito, e che l’Italia aveva ottenuto il suo riscatto, col nemico e con la storia. Infatti era ancora esistente l’Impero Romano l’ultima volta che tutti gli italiani avevano combattuto sotto la stessa bandiera, secoli di divisioni furono cancellati in quegli anni insieme all’Impero d’Austria-Ungheria, e a tutto ciò che esso rappresentava.
Era il 4 novembre 1918 il comandante in capo dell’esercito d’Italia, Maresciallo Armando Diaz, concludeva il bollettino della vittoria con queste parole: “…i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza” .


Per vedere il video e leggere il testo integrale del Bollettino della Vittoria clicca qui

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