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XIIª battaglia dell’Isonzo: Caporetto, ma non tutto è perduto

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Ci sono verità sulla battaglia che si dimenticano e/o si negano ma senza conoscerle non si capirebbe perché l’Italia ha retto

Data 24 ottobre – 9 novembre 1917
Luogo Slovenia, Friuli Venezia Giulia, Veneto
Contendenti Regno d’Italia / Impero Asburgico, Impero Tedesco
Forze in campo 257.400 effettivi / 353.000 effettivi
Esito Sfondamento fronte italiano e ritirata dall’Isonzo al Piave

Aggiungere qualcosa di nuovo ai chilometri d’inchiostro versati per parlare di questa battaglia è impresa ardua e forse inutile. Spesso è quasi depistante iniziare ad esplorare l’argomento talmente vasta è la documentazione che parla di Caporetto. Alla fine però ci si rende conto che ci sono aspetti particolarmente trascurati o deliberatamente omessi, è su alcuni e più significativi di questi che vorrei iniziare il discorso.

Anzitutto va detto che a Caporetto la guerra non finisce, l’esercito italiano non viene sconfitto definitivamente, non viene spazzato via come molti documentari, articoli o libri talvolta lasciano quasi intendere.

A Caporetto l’esercito italiano non abbandona in massa le posizioni e le scene di panico con colonne in disperata fuga che ci vengono propinate in mille salse fanno parte della sola storia dell’ala destra della IIª armata, (almeno per quello che riguarda l’esercito, per i civili che abbandonano le terre occupate è un’altro discorso). Se è vero che tutto il fronte isontino arretra non è perché è stato sconfitto in blocco l’esercito, ma perché lo sfondamento austro-tedesco mette a rischio di accerchiamento intere armate, come la IIIª, che ha a sinistra l’ala frantumata della IIª che non la copre e lascia infiltrare nemici, l’Adriatico sulla destra e deve affrontare il percorso più lungo per raggiungere la nuova linea; il duca d’Aosta che la comanda deve inventarsi un mezzo miracolo per non essere aggirato e portare, tutti gli uomini in salvo oltre il Piave, una bella vittoria nella grande sconfitta, che viene spesso dimenticata.



Altro elemento non sufficientemente sottolineato è che a differenza delle precedenti battaglie che videro contrapposti gli eserciti d’Italia e d’Austria-Ungheria, in questa vi sono imponenti aliquote dell’esercito tedesco e rinforzi austriaci precedentemente di stanza in Russia, dove orami non si combatte quasi più a causa degli eventi legati alla rivoluzione.
Lo scopo di un attacco di tali dimensioni con forze congiunte degli imperi centrali era molto semplice: sfondare la linea dell’Isonzo, arrivare in Pianura Padana, attraversarla e far affluire ulteriori rinforzi per un massiccio attacco alla Francia da sud, dove gli alleati sono praticamente indifesi. Tale minaccia gli alleati la valuteranno in tempi successivi, infatti solo dopo che l’Italia ha bloccato l’invasione al Piave, questi manderanno qualche divisione in Italia, ufficialmente per sostenere la resistenza italiana, ma dato che hanno l’ordine di non entrare in azione e di restare nelle retrovie si capisce chiaramente che il loro scopo era di ritirarsi verso la Francia passando dal Piemonte e tagliare le vie di comunicazione per rallentare un’eventuale avanzata austro-tedesca in caso di sfondamento della linea del Piave, che fortunatamente non è avvenuta. Questo non solo dimostra che l’Italia ha fermato da sola l’invasione ma sottolinea quanto abbia fatto in un momento così delicato per la stabilità della coalizione.

Si è parlato in tutte le salse di come sia stata ingenerosa e non veritiera la spiegazione di Cadorna che addossa tutta la colpa del crollo alle truppe, si è detto anche che le truppe che cedettero erano “giustificate a cedere” perché spossate, mal trattate, e sacrificate senza ritegno né rispetto; eppure non si è detto che quelle stesse truppe, sbandate nella battaglia, rientrarono in gran parte nei ranghi nel corso della ritirata e che tutti i combattenti, superato il Tagliamento, recuperarono anche volontà e motivazione che furono il principale fattore che permise il verificarsi di atti eroici, anche di interi reparti, che si fecero massacrare pur di tenere ponti e strade necessari all’esercito italiano per non subire accerchiamenti e attestarsi sulle nuove linee.

Caporetto, che in Italia è ricordata come la sconfitta per antonomasia, in effetti non lo fu, principalmente perché non si concluse con come sperava chi la mise in moto e perché non fu risolutiva per le sorti del conflitto.

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