Armando Diaz, Duca della Vittoria e Maresciallo d’Italia, è stato comandante in capo dell’esercito italiano in uno dei momenti più critici della storia del nostro paese. Un napoletano a capo dell’esercito italiano, che in realtà era ancora molto più sabaudo che italiano.I motivi e le cause che hanno portato alla notorietà questo personaggio che fino ad allora era un oscuro generale dello stato maggiore, sono molteplici e complesse. L’esercito italiano, fino alla tremenda disfatta di Caporetto, era stato guidato da un piemontese tutto di un pezzo, Luigi Cadorna, uomo preparatissimo, brillante, freddo come un pezzo di ghiaccio, inflessibile e fissato con la ferrea disciplina. Diaz era meno preparato nell’arte militare, più affabile e molto più “mediterraneo” nei rapporti umani. In questi due uomini e nel loro avvicendamento si consuma lo scontro che segna la fine di un’era; già perché Cadorna era in effetti troppo ottocentesco, per lui il soldato doveva essere come all’epoca delle milizie professionali: una macchina fredda, super addestrata, disciplinata fino all’annullamento della personalità e delle emozioni. Doveva attaccare sotto il fuoco nemico e quando non lo faceva doveva essere punito in maniera esemplare e spietata. La regola che osservava Cadorna era attaccare frontalmente e su tutta la linea sotto il tiro nemico, chi non attaccava veniva fucilato, i reparti riottosi subivano la decimazione. Questo errore fu commesso da gran parte dei comandi sia inglesi e francesi che tedeschi e austriaci e la guerra rimase impantana nelle trincee, finché i comandi tedeschi non capirono per primi che le guerre rinascimentali e napoleoniche erano finite e che gli eserciti di milioni di soldati fatti prevalentemente da contadini e operai analfabeti e non addestrati, andava condotto con ben altre regole disciplinari ma anche strategiche.
Il collasso avvenuto a Caporetto che Cadorna addossò alla codardia di alcuni reparti della seconda armata, era più che altro figlio della spossatezza fisica ma soprattutto morale dei soldati, mal equipaggiati, mal nutriti, mal trattati e mal comandati; oltre ovviamente all’uso di una nuova strategia che Cadorna non aveva né compreso, né previsto, né saputo fronteggiare.
Il cambio di direzione è soprattutto figlio di un Re taciturno ma molto osservatore; durante la guerra aveva girato il fronte in lungo e in largo e aveva compreso che uno dei fattori determinanti in un conflitto di carne, era il morale delle truppe, ma anche una diversa strategia rispetto a quella delle “spallate” su tutto il fronte. La vita dei soldati andava migliorata e salvaguardata, perché loro erano l’arma più importante e iniziava a scarseggiare. Se ne resero ben conto quando dopo Caporetto, Diaz, da poco insediato, per aiutare ciò restava dell’esercito a resistere sulla linea del Piave, dovette ricorrere alla chiamata per la classe ’99, ragazzi per lo più non ancora diciottenni.
Tra le prime riforme introdotte dal nuovo comando vi fu una maggiore attenzione alle condizioni dei soldati in tutti i suoi aspetti, nonostante la criticità della situazione Diaz provvide a far aumentare le licenze, migliorare la turnazione tra prima linea e linee arretrate, organizzare giochi e spettacoli per intrattenere e divertire i soldati quando erano di riposo o in linee arretrate. Anche il sistema della propaganda fu potenziato, i soldati dovevano sentire di combattere per una causa che li accomunava, ma soprattutto che li riguardava tutti, che riguardava le famiglie che avevano lasciato a casa, che riguardava direttamente il loro futuro. Le azioni di guerra furono concepite in modo da non sprecare inutilmente vite umane, questo perché i soldati iniziavano a scarseggiare ma anche perché questi dovevano avere la sensazione che ai comandi interessava la loro incolumità. Diaz riuscì in tutto questo e fece molto di più, la linea difensiva fu organizzata in capisaldi con reparti mobili che si spostavano attraverso le retrovie in funzione delle emergenze, quindi la difesa era più efficace e meno dispendiosa di uomini rispetto a quella organizzata in linee continue. La vera innovazione però ci fu nell’attacco, imparando la lezione che gli austro-tedeschi avevano impartito al suo predecessore, Diaz concepì un attacco che puntasse il grosso delle forze su un punto nevralgico dello schieramento nemico, quel punto era Vittorio Veneto, dove si congiungeva la V armata austriaca con la VI, il tutto preceduto da una azione diversiva sul Grappa. Quando il fronte si ruppe in quel punto, le riserve che si dirigevano ad arginare l’attacco sul Grappa si ritrovarono accerchiate, le comunicazioni tra le armate del Piave erano compromesse e la linea austriaca andò in pezzi. L’Austria chiese la pace e la Germania, rimasta a combattere da sola, fece lo stesso nei giorni successivi. Il centro della biografia di quest’uomo è tutto qui, prese un esercito allo sbando e lo condusse alla più grande vittoria della sua storia, riuscì a riportare più senso di umanità almeno tra commilitoni, nella più grande guerra fino ad allora mai combattuta. La scommessa fatta su di lui dal Re apparve, soprattutto per le motivazioni per cui fu fatta, una follia, ma risultò vincente.
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