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Come muore un Bersagliere, dal diario di un fante della Grande Guerra

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Pubblicato in : Testimonianze, Battaglie dell'Isonzo

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La testimonianza che segue è riportata nel testo “La grande guerra dei piccoli uomini” ed è relativa al momento in cui infuria la prima delle sanguinosissime dodici battaglie dell’Isonzo. Siamo nella seconda fase dello scontro quando l’attacco principale è sferrato contro la testa di ponte di Gorizia, col massimo sforzo su Oslavia e Podgora; a nord viene occupata la conca di Plezzo e a sud Monfalcone.


Nei giorni dal 4 al 7 luglio 1915 la IIIª Armata attacca il San Michele che sarà il perno di tutto il fronte carsico e la tomba di migliaia e migliaia di italiani e austro-ungarici.
Ai piedi del Monte c’è il villaggio di San Martino del Carso che sarà devastato dagli scontri. Alla sua conquista si lanciano con impeto e slancio i bersaglieri ciclisti; siamo ancora in una fase romantica della guerra, in cui si crede che anche questo sarà un conflitto di tipo napoleonico, con grandi manovre in campo aperto, illusione che si era diffusa un anno prima anche tra gli eserciti che si affrontavano sui fronti occidentale e orientale e il fatto che tali sogni si erano infranti miseramente su chilometri e chilometri di trincee e reticolati, non bastò a smorzare l’entusiasmo dei giovani italiani che partivano per fare il loro dovere.
Come accennato lo stralcio che segue è di un ragazzo che scrive in quei giorni, si chiama Gaetano Filastò e cadrà l’anno seguente proprio su questo territorio martoriato.

(Giugno 1915). “Una compagnia di bersaglieri ciclisti attraversa il campo di pieno giorno per recarsi presso Lucinico. Viene scoperta e fatta bersaglio dell'artiglieria nemica dal monte San Michele. In breve tempo arrivano al nostro posto di medicazione parecchi feriti più o meno gravi. Fra gli altri il capitano della compagnia, Luigi Pastore, ferito gravemente al capo e alla gamba destra.
Egli è sereno, e parla delle sue ferite come non gli appartengano, segnalando al medico i disturbi che avverte. Io gli lavo a poco a poco con una specie di religioso rispetto il sangue aggrumito sul viso, ed egli con voce bassa, senza alcuna preoccupazione, continua a discorrere, manifestando i suoi ultimi desideri.
Intanto accanto a lui giacciono altri bersaglieri feriti, i quali, avuta la medicazione, si mettono tranquillamente a fumare con stoicismo ammirevole. Un sottotenente si guarda sorridendo il berretto forato e non vuoi neppure medicarsi la leggiera ferita che ha sulla spalla. Saluta il capitano e va a radunare la compagnia. In un altro cantuccio del cortile vi è un bersagliere ferito all'addome, e soffre atrocemente, e di tanto in tanto emette un grido che fa il pietà.
Il capitano che mi guarda con occhio dolce e fermo, mentre gli pulisco il viso, mi domanda: «Chi è che grida così? È un bersagliere?». «Signorsì, è un bersagliere ferito all'addome». «Ditegli che i bersaglieri non gridano mai, anche quando soffrono dolori atroci». Il bersagliere che ha già smunte le labbra, sente le parole del suo capitano, mormora: «Ha ragione!», e poi si tace per morire in silenzio”.



Il resoconto della Prima battaglia dell’Isonzo è consultabile a questo link

Vai al riepilogo delle testimonianze delle battaglie dell’Isonzo

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