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è l'unico modo per vincere la guerra..

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La guerra dell’immagine, il conflitto che ci sta risucchiando.

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I modelli di società da simbolo di libertà a strumento di “controllo mentale”

A dire il vero al principio dello scontro nessuno stratega serio avrebbe potuto dare il pronostico esatto sul reale corso degli eventi, pareva solo che qualche sperduto caposaldo fosse caduto, e in fondo era meglio così, era troppo costoso e inutile continuare a difenderli. Eppure col tempo gli attacchi sono diventati sempre più massicci e non su obiettivi isolati ma strutturali, presto tutta la linea fu investita come da una valanga, qualunque presidio, qualunque settore, qualunque baluardo era esposto, il cannoneggiamento continuo, inesorabile, sbriciolava ogni tipo di difesa, tutte le linee difensive cadevano una dietro l’altra, ogni volta che per qualche motivo si pensava che una determinata posizione, almeno quella, avrebbe tenuto, questa veniva investita e soverchiata, fino al punto che in cui qualunque rovescio sembrava inevitabile fin quando sembrò tutto normale.



Mia nonna mi racconta che la mia povera bis-nonna rimase scioccata e inorridita dal degrado morale che secondo lei nella televisione era stato portato dalle gemelle Kessler, che avevano sempre le gambe quasi completamente scoperte. Povera nonna, la sua fortuna da questo punto di vista è essersene andata pochi anni dopo il mio arrivo, già perché proprio quando ero piccolo arrivò il programma televisivo, che a dire il vero ricordo con molta simpatia, cui molti imputano di essere stato un vero e proprio ariete, la prima vera breccia, l’inizio del crollo: il Drive-in, che in fin dei conti era solo comicità demenziale e tante belle curve, come in televisione non se ne erano mai viste, ma che oggi al massimo potrebbero andar bene come sigla dei Puffi.
Il problema non era tanto il programma in sé ma il fatto che innescò una reazione a catena per cui televisione, giornali, riviste e poi internet, subito dopo il suo arrivo; sono stati letteralmente annegati di forme senza contenuto, e per forme non si intendono quelle onnipresenti stra-abusate delle donne, ma quelle della comunicazione nel suo insieme. Ci vorrebbe un trattato di sociologia per descrivere come questo abbia modificato i nostri gusti, le scelte di acquisto, il modo persino di percepire e di relazionarci col nostro prossimo; non è il nostro obiettivo, quello che vogliamo dire è che pochi si sono accorti che è stato in assoluto il modo più efficace per toglierci la voglia di parlare delle cose importanti, di indurci a discutere di quanto si veda o non veda che il seno della valletta della Ruota della fortuna è rifatto, piuttosto di come potersi organizzare per impedire che accada, come è accaduto, che la gestione dell’acqua diventi privata anziché pubblica.

Il problema non è essere ben pensanti o liberi pensatori, amanti della censura o della libertà totale; focalizzare l’attenzione su questo aspetto è forviante, è come se due uomini si picchiassero tra loro convinti ciascuno che l’altro sia il suo maggior pericolo senza che nessuno dei due si accorga che un leone corre verso di loro. Il punto è che la libertà di scelta ce l’abbiamo, ma la stiamo esercitando a senso unico, pesantemente influenzati è vero, limitati nella nostra libertà di scelta dal costante bombardamento completamente a senso unico; ma comunque è colpa nostra, abbiamo una manciata di colpi nel caricatore e li stiamo sparando nel vuoto pur essendo circondati.
Il degrado morale in cui sta precipitando la società pur essendo di per sé un problema gigantesco non è, purtroppo, il più grave. Il più grave è che tutto ciò che ci circonda è un complicato sistema di “distrazione di massa” che di fatto ci ha tolto la voglia e la capacità di esercitare il nostro ruolo di comandanti della nave, veniamo trascinati chissà dove e siamo felici che sia così, a Roma si dice “Felici e coglionati!” . Ricominciare a veicolare, attraverso le nostre scelte, contenuti di qualità, culturali, politici, morali; sui mezzi di comunicazione è il primo necessario passo per liberarci, o perlomeno per accorgerci di non essere liberi.

Una cronista americana, inviata di un giornale newyorkese a Roma, racconta di aver visto uno degli ospedali di fortuna allestiti per medicare i feriti della battaglia tra i “ribelli” romani, supportati da patrioti venuti da tutta Italia, che difendevano la neonata Repubblica del 1849 e gli eserciti francese e austriaco. In particolare, durante la Battaglia di Porta San Pancrazio, entrando in uno di questi ospedali, dove sul corridoio il sangue era ormai una striscia larga e continua, i lamenti e le urla erano una costante e l’aria irrimediabilmente dolciastra per l’odore del sangue, la cronista viene colpita dalla vista di un ragazzo poco più che ventenne, mutilato, che stava mettendo in un barattolo dei pezzi di osso che gli avevano estratto dalla ferita e che avrebbe conservato come ricordo dei giorni più gloriosi della propria vita. Sembrano lontani millenni i giorni del valore da questi giorni dell’immagine, oggi storie come questa fanno orrore, sono morte, sangue, dolore, e per cosa? Ideali? Valori? Che orrore, no; basta dolore, oggi abbiamo quei bei seni gonfi delle letterine e delle meteorine, la loro pelle così vellutata e le inquadrature così vicine che quasi se ne percepisce il profumo; sì in fondo è meglio questa gabbia inghirlandata che una libertà dolorosa, meglio continuare tenere spento il cervello. O forse no?


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