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Redipuglia, perchè non amiamo più l'Italia?

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Pubblicato in : Discussioni, Discussioni Storiche

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Il sentimento nazionale, quello genuino, quello romantico, quello inteso solo come spinta all’aggregazione e allo sviluppo nella collaborazione del proprio tessuto nazionale, è qualcosa che ci appartiene sempre meno o che forse non ci è mai appartenuto. Storici e sociologi si sono gettati alla ricerca delle cause di questa mancata unità morale, spirituale ed economica, trovando le più svariate risposte che però, a quanto pare, non ci aiutano a trovare un rimedio alla nostra endemica frammentazione.

Tra il romanticismo elitario del risorgimento e il nazionalismo di massa del fascismo, si pone la Grande Guerra, primo momento della storia in cui le popolazioni italiane ebbero modo di entrare veramente in contatto tra loro. Le grandi masse operaie e contadine erano sempre rimaste ai margini della storia, e anche durante il risorgimento ebbero un ruolo del tutto marginale e soprattutto, non entrarono mai veramente nello spirito che guidava il movimento di quegli intellettuali che il risorgimento, se lo volevano inventare; meno che mai compresero le motivazioni e le idee dei politici che muovevano le fila di quella storia. La Grande Guerra invece riuscì ad amalgamare tutti, a favorire la conoscenza. Le masse continuarono a non capire le motivazioni della guerra, cosa c’era dietro, il perchè l’Italia combatteva, però, i contadini siciliani poterono conoscere quelli veneti, gli operai campani quelli piemontesi. Gli stenti e le sofferenze li unirono in un ambiente comune, in uno spesso macabro destino comune. Alla fine della guerra, dalla Sicilia al Trentino, da Palermo a Milano, da Roma a Torino, da Genova a Napoli ci si trovava a piangere sulle stesse tombe, ma anche a gioire della stessa vittoria ottenuta insieme.


A cosa serve o servì tutto questo? Il sacrario di Redipuglia è uno dei più grandi d’Europa, il più grande d’Italia, occupa un’intera collina e ospita la 3° armata. Un enorme piazzale introduce il visitatore, 38 grandi lastre di bronzo, disposte su due lati, portano incisi i nomi dei luoghi ove più aspri sono stati i combattimenti per l’armata e allineati a tracciare un’ipotetico percorso, conducono fino al centro del piazzale dove si erge un monolite rettangolare del peso di 75 tonnellate. Si tratta della tomba di Emanuele Filiberto, Duca D’Aosta, comandante della 3°armata, che nel suo testamento espresse la volontà di essere sepolto con i suoi soldati. Alle sue spalle altri 5 blocchi, leggermente più piccoli, ospitano altrettanti generali caduti in battaglia. Dietro ancora l’enorme scalinata, con 22 gradoni, che arriva in cima alla collina e che ospita, disposti in ordine alfabetico, 39.857 caduti noti, ogni gradone è alto più di due metri e in cima, ripetuta per tutta la larghezza del gradone stesso, troneggia la scritta: “Presente”. Sulla vetta della collina, in due grandi tombe comuni, ai lati della cappella votiva, riposano le salme di 60.330 ignoti. Tre grandi croci, visibili a chilometri di distanza sovrastano il sacrario.

Il ricordo di quei morti e delle loro imprese sta scemando inesorabilmente, e i nazionalismi, per fortuna, sembrano cedere il passo, anche se con spesso troppa lentezza, all’europeismo. Allora ci si chiede se tutto questo e la sua memoria, se il sentimento di genuina appartenenza ad una comunità nazionale possa avere un senso. Io credo di sì, ammesso che lo si riesca ad ottenere, credo che un genuino senso di appartenenza e rispetto del nostro paese possa essere utile a farci degli europei migliori, ma soprattutto possa aiutarci a lavorare per quel bene comune che è in fondo, il bene di tutti. Vedere anche il proprio lavoro con quello spirito etico che ci porta alla consapevolezza che il progresso del paese è il progresso di tutti, che se il mio lavoro porta al miglioramento della società e del paese ci guadagno pure io ed i miei figli. Forse questo ha ancora da insegnarci Redipuglia. Forse…
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