“Per Trento basto io” è il motto della fortezza che proteggeva la Val d’Atico, ultima tappa del viaggio che ci ha portato tra gli altri su Pasubio e Grappa. Il clima e la nostra condizione fisica e logistica ci aiutano a vivere questo momento con il necessario coinvolgimento, come per la visita al Sacrario del Grappa siamo solo in due, il resto del gruppo è di nuovo sulla strada per Roma.
La giornata è uggiosa, a tratti piove di quella pioggerella fina fina, che senza disturbare troppo penetra lentamente e inesorabilmente le giacche, gli indumenti fino ad annegare ogni piega della pelle. Le gambe sono stanche e gli scarponi avanzano come fossero loro quelli affaticati, oscillando incerti e pesanti passo dopo passo, mentre si abbattono alternati sulla strada percorsa da mille rivoletti di acqua e fango che scorrono in senso inverso al nostro.
Proseguiamo in silenzio per un po’, ormai siamo vicini, il fardello che abbiamo sulle spalle da dieci giorni inizia ed essere parte del nostro essere, non ci pensiamo più da molto, eppure siamo impazienti di arrivare. Eccolo, immenso e superbo, Forte Belvedere, completamente restaurato, è davanti ai nostri occhi come lo videro gli austriaci assegnati al suo funzionamento, quelli che per giorni, settimane, mesi, lo abitarono durante il primo anno di guerra, mentre incessantemente le artiglierie italiane lo martellavano nel tentativo di renderlo un rudere incapace di difendersi.
C’è un punto del forte che avevo visto in mille fotografie, voglio andarci subito e farmi immortalare lì. Eccoci, a primo impatto il luogo sembrerebbe un semplice praticello, ma non è così, lo si capisce subito perché si vedono sbucare dal terreno tre cupolette, sono le copie delle cupole corazzate che proteggevano tre obici, rappresentano l’unica testimonianza del fatto che sotto i nostri piedi, a pochi metri sotto questa anonima ghiaia si cela l’immensa struttura del forte.
Decidiamo di fare un giro per vedere le enormi strutture esterne del forte, l’impressione è che il suo motto se lo sia ben meritato, sembra un macigno indistruttibile oltre che gigantesco.
All’interno del forte è stato allestito un museo, visitarlo è assolutamente doveroso dopo essere arrivati fino a qui. Ecco i corridoi dove avanti e indietro correvano i soldati durante i bombardamenti per raggiungere i posti di combattimento o quelli di osservazione, i piccoli e angusti locali che ospitavano le artiglierie, la sala della mensa ufficiali, le cucine, la “colombaia” , con le nicchie dove i caduti venivano ammassati in attesa che si potesse portarli nelle retrovie per la sepoltura.
Nei vari locali sono stati allestiti espositori con oggetti di uso comune e armi, anche se il pezzo forte dell’ultima metamorfosi del forte, è rappresentato dai nuovi percorsi tematici arricchiti da strumenti audio video che aiutano a calarsi meglio nello spirito e nelle situazioni vissute dai soldati che abitarono il forte.
Una trovata molto interessante e utile per chi arriva qui e in poco tempo deve capire il più possibile di questi eventi. Per come la vedo io però, il modo migliore per vivere questi luoghi è sicuramente quello di leggere le lettere e i diari dei soldati e avvicinarsi alla visita lentamente, camminando, gustando i luoghi ed entrando lentamente nel profondo della loro storia.
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