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Sarajevo, il punto di non ritono

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Pubblicato in : Grande Guerra, Grande Guera

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La scintilla che innescò quell’inarrestabile processo che trascinò l’Europa in guerra fu l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria. Il principe ereditario aveva molti nemici anche a corte ed era mal visto da molti paesi, tra cui in prima fila l’Italia e la Serbia, verso i quali l’arciduca aveva espresso il proposito di combatterli e di distruggerli. Tale atteggiamento dell’arciduca promosse la nascita di movimenti antiaustriaci in vari paesi e contribuì al verificarsi di numerosi tumulti anche all’interno dell’impero.
Francesco Ferdinando d’altra parte aveva nemici anche a corte, soprattutto a causa di alcuni suoi atteggiamenti e di alcuni suoi comportamenti indisponenti che suscitavano l’inimicizia di coloro che lo frequentavano; inoltre erano in molti a pensare che Francesco Ferdinando non fosse la persona adatta a diventare imperatore e che avrebbe portato l’impero stesso al declino.
Dopo l’annessione della Bosnja furono organizzate delle manovre militari al termine delle quali fu organizzata una parata, a Sarajevo; a cui l’arciduca doveva partecipare.
Alcune organizzazioni segrete serbe (antiaustriache) si adoperarono allora per preparare un attentato per uccidere l’arciduca. Il governo serbo era stato informato di tali movimenti, ma si mosse tardi e male per tentare di fermarli; dal canto suo Vienna, avvertita in via del tutto ufficiosa e molto vaga, non si mosse in modo deciso per smascherare eventuali attentatori, né organizzò per il giorno della parata, un efficiente apparato poliziesco in grado di proteggere l’erede al trono.

Sta di fatto che il 28 giugno 1914 uno studente serbo con due colpi di pistola uccise l’arciduca e sua moglie, dopo che questi erano scampati ad un altro attentato di pochi minuti prima (una bomba che era caduta sulla loro cappotta della loro auto ed era esplosa a terra ferendo gravemente il colonnello Merizzi). L’esecutore materiale dell’attentato, quindi, non era solo, anzi ve ne erano molti altri, disposti lungo tutto il tragitto della parata, affinché non vi fosse la possibilità che questo fallisse.
Dopo l’attentato, per molti giorni sia Vienna che Belgrado tacquero; la notizia della tragedia fece il giro del mondo suscitando lo sdegno generale, tanto che se l’Austria-Ungheria avesse agito subito e con decisione, avrebbe incontrato il favore di tutta l’Europa, ancora inorridita da un tale gesto ( forse più per la risonanza che questo ebbe sui giornali che non per interesse vero e proprio ). Ma i giorni passarono e i gravi fati di Sarajevo erano stati via via messi in secondo piano dall’opinione pubblica europea.




Vienna valutò l’eventualità di un attacco diplomatico, ma considerato che anche una schiacciante vittoria su questo piano non avrebbe fatto altro che aumentare le tensioni internazionali e le azioni terroristiche, fu indotta a considerare l’eventualità di un intervento militare.
L’Austria-Ungheria era perfettamente in grado di combattere la Serbia ma aveva timore di restare isolata nel caso di intervento di altri paesi al fianco della Serbia stessa. Ad annullare tale timore arrivò Guglielmo di Germania e con assoluta e sconsiderata leggerezza garantì il suo appoggio militare all’Austria e la incoraggiò ad intervenire sotto la protezione tedesca; l’Austria preparò quindi un ultimatum alla Serbia, il quale conteneva clausole che avevano il solo scopo di renderlo inaccettabile e far scoppiare la guerra.
Austria-Ungheria e Germania presero la decisione dell’intervento con grave leggerezza prevedendo di dover fronteggiare oltre alla Serbia, solo la Russia, della quale la Germania non aveva affatto paura, e tutt’al più la Francia; senza aver considerato col giusto peso la possibilità di coinvolgere anche l’Inghilterra. Comunque sia alle ore 17 del 23 luglio del 1914 l’ultimatum fu consegnato alla Serbia.
A poco a poco le varie capitali d’Europa vennero a sapere dell’accaduto; a Roma si sapeva già tutto dal 16 luglio grazie all’abilissimo ministro degli esteri Di San Giuliano che intuì i futuri avvenimenti dalle dichiarazioni che si lasciò sfuggire l’ambasciatore di Germania a Roma durante un colloquio con Di San Giuliano stesso. A Parigi regnava lo scompiglio: l’ultimatum era stato inviato a Belgrado, di proposito, quando il presidente della repubblica e del consiglio francesi si trovavano sulla corazzata France, sulla via di ritorno in Francia dopo una visita a Piertoburgo, questo allo scopo di cogliere di sorpresa la Francia e di non lasciarle il tempo materiale, prima dello scadere dell’ultimatum, per consultarsi con la Russia. Ma Russia e Francia si erano già perfettamente accordate su una linea comune per l’intervanto al fianco della Serbia.

I franco-russi tentarono di lanciare un monito a Vienna prima che questa inviasse l’ultimatum, sapendo da prima che questa  avrebbe rifiutato, francesi e russi avrebbero avuto un pretesto in più per attaccare, ma il tentativo fallì poiché l’ambasciatore russo a Vienna, il quale chiese di essere ricevuto alle 15 del 23 luglio, fu fatto attendere fino alle ore 18, quando ormai si trovava di fronte al fatto compiuto, quindi, quando ormai l’ultimatum era stato inviato a Belgrado.
A Londra l’ambasciatore tedesco intese, da alcuni discorsi di Gray, che l’Inghilterra non sarebbe intervenuta; sottolineò inoltre il fatto che era necessario circoscrivere lo scontro a Vienna  e Belgrado, per evitare un eccessivo ingigantimento del conflitto. Dal canto loro Francia e Russia tentarono in ogni modo di assicurarsi la solidarietà inglese nel caso in di guerra, sottolineando che un’alleanza anglo-franco-russa avrebbe migliorato l’equilibrio di forze in Europa, e che se l’Inghilterra non avesse dichiarato subito la sua solidarietà a Francia e Russia avrebbe aumentato la probabilità di un  conflitto.

A questo punto è bene aprire una breve parentesi per citare una categoria di persone solitamente ignorata, che, analizzando i fatti, ebbe in questa occasione un ruolo fondamentale: sto parlando di tutti i collaboratori e gli assistenti di ambasciatori e ministri, i quali influirono pesantemente sull’operato dei loro diretti superiori, prendendo spesso addirittura decisioni al loro posto e rivelandosi in alcuni casi determinati nei momenti più gravi, nei momenti in cui, nelle varie ambasciate e nei vari governi, si giocava il futuro d’Europa.
Intanto i 23 luglio l’ultimatum austriaco fu ratificato alla Serbia, la quale, incerta su cosa avrebbe fatto la Russia, stava per mandare a Vienna una risposta in cui accettava quasi tutti i punti, quando proprio all’ultimo momento, la Russia fece sapere alla Serbia che poteva contare sul suo appoggio e su quello della Francia.
Cosi Belgrado, il giorno 25 alle ore 20.15 inviò a Vienna una risposta negativa all’ultimatum, l’Austria-Ungheria iniziò a mobilitare due ore dopo. Arrivati a questo c’era ormai ben poco da fare.  

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