Il 23 maggio 1915 il Regno d’Italia dichiara guerra all’Impero Austro-Ungarico. Al comando dell’esercito italiano è Luigi Cadorna, mentre il comandante in capo della Regia Marina è il grande ammiraglio Paolo Tahon di Ravel, il 24 maggio il regio esercito varcava i confini con 35 divisioni su un fronte di 800 km iniziando la sua offensiva. Inizialmente l’esercito italiano riesce ad avanzare ma soprattutto catturando armi e munizioni al nemico, al costo però di gravi perdite, superiori a quelle inflitte al nemico stesso, il quale era equipaggiato in maniera superiore.
Luigi Cadorna, che come anche gli altri comandanti alleati, al contrario di quelli degli imperi centrali, aveva una concezione sbagliata della guerra moderna, la considerava come una qualsiasi altra guerra del passato, e non possedeva l’elasticità mentale necessaria per concepire strategie sempre diverse e adatte ai rapidi mutamenti delle condizioni strategico-operative. Cadorna riteneva che l’unico modo per vincere la guerra era quello di sferrare massicci attacchi che coinvolgessero tutta la linea del fronte e che fossero portati avanti da immense moltitudini di fanti il cui attacco doveva essere preceduto da pesanti bombardamenti volti ad ammorbidire la resistenza nemica.Questa errata concezione della guerra fece sì che nel 1915 fossero organizzati e sferrati quattro attacchi (1°, 2°, 3°, e 4° battaglia sull’Isonzo) in cui i bombardamenti preliminari, a causa del buon assestamento del nemico, ottennero risultati molto scarsi, e quando i fanti si lanciavano contro le linee nemiche venivano falciati a migliaia da mitragliatrici e bombe, per conquistare fazzoletti di terra praticamente irrisori.
Anche in questa prima fase della guerra, però, atti di eroismo e di sacrificio sia da parte degli ufficiali che dei soldati semplici, furono numerosi ma in gran parte vanificati dalla pessima condotta strategica degli alti comandi, che nella maggior parte di casi non si curavano delle condizioni operative dei propri soldati, non avevano il contatto con la realtà delle truppe e delle loro difficoltà.Nel 1916 (dall’11 al 30 marzo) Cadorna organizza la 5° battaglia dell’Isonzo che, come le precedenti, non portò a risultati apprezzabili ma causò un altro stillicidio di soldati. Nel frattempo Conrad (comandante in capo delle forze austro – ungariche ) aveva organizzato un piano denominato Strafexpedition, spedizione punitiva, per attaccare l’Italia dal Trentino e penetrare nella pianura padana. L’attacco ebbe inizio il 15 maggio. Con una serie di violenti attacchi gli austriaci riuscirono ad avanzare, ma di poco e soprattutto non riuscirono né ad entrare nella pianura padana né a conquistare il Pasubio, importantissimo obiettivo, oggetto di numerosi e violentissimi attacchi che però si infransero contro l’accanita resistenza degli italiani che anzi contrattaccarono diverse volte. Cadorna, come detto, fece molti sbagli durante la guerra, ma non in questa occasione poiché seppe ben organizzare le sue forze nei vari settori interessati dall’offensiva nemica, riuscendo infine a spegnerla efficacemente (per approfondire: battaglia delle Termopili d'Italia).
Il 16 giugno gli italiani partono per il contrattacco riconquistando i territori persi, ma il 29, mentre nelle trincee italiane si dormiva ancora, gli austriaci attaccarono con il gas uccidendo nel sonno 6432 uomini (altri furono uccisi da reparti d’assalto ungheresi che finivano gli intossicati con mazze ferrrate), il colpo inferto era pesante eppure l’offensiva fu subito annullata da una pronta reazione italiana, ancora una volta, tanti morti da ambo le parti per un nulla di fatto militare.
Il botta e risposta continua serrato e l’Italia mise in piedi una tra le sue più colossali offensive in questa guerra, la 6° battaglia dell’Isonzo che portò alla conquista di Gorizia. Fu organizzata fin nei minimi dettagli e coinvolse una enorme quantità di uomini e mezzi. Nei giorni antecedenti alla grande offensiva furono portati al fronte, senza che il nemico se ne accorgesse, 7000 ufficiali, 269.000 soldati, 57.000 cavalli e muli, oltre 10.000 cariaggi e 150 cannoni di grosso calibro. Sul fronte di Gorizia vero e proprio, ampio 9 km, 6 divisioni con 920 cannoni erano pronte a scagliarsi contro una divisione austriaca con 164 cannoni.La grande battaglia si aprì il 4 agosto con un’azione diversiva che si svolse ad una trentina di chilometri di distanza, in questa zona, nonostante la devastazione creata dalle artiglierie e nonostante una rapida iniziale avanzata, ulteriori balzi in avanti delle truppe italiane non furono possibili a causa dei contrattacchi dei giorni successivi. Comunque, lo scopo dell’azione in questi settore non era quello di sfondare ma di distogliere le forze dal teatro principale. Il 6 agosto oltre 600 pezzi d’artiglieria italiani aggiustarono il tiro su Gorizia; intanto la fanteria aiutata dall’aviazione avanzò rapidamente: le primissime avanguardie portavano sulla schiena dei larghi dischi bianchi, molto visibili anche da lontano, per indicare alle artiglierie amiche i propri spostamenti e quindi per far aggiustare loro il tiro più in avanti. Questa prima mazzata inferta al nemico fu poderosa e nel pomeriggio di quel 6 agosto le pattuglie italiane più avanzate iniziarono la discesa su Salcano; Gorizia non era lontana. In altri settori gli austriaci si difesero in maniera più tenace infliggendo gravi perdite agli attaccanti il cui impeto, però, non poté essere arginato per lungo tempo ancora e costrinse gli austriaci alla ritirata. Nella notte fra il 6 e il 7 gli austriaci riguadagnarono qualcosa che però fu nuovamente perso il giorno 7 e il giorno 8. Con l’arrivo di nuove truppe l’esercito italiano stabilì solidamente una testa di ponte al di là dell’Isonzo. Tutti i contrattacchi erano ormai inutili; alle 6:00 del mattino del 9 il tricolore sventolava su Gorizia, due ore dopo la cavalleria irrompeva in città.
La vittoria di Gorizia ebbe però un torto, quello di indurre l’alto comando italiano a pensare che gli austro–ungarici erano vicini al crollo, cosa del tutto infondata. Tanto infondata che il risultato delle tre successive battaglie dell’Isonzo, combattute in autunno, non ottennero nulla oltre All’ennesimo bagno di sangue. Inoltre la grande vittoria costrinse l’Italia a dichiarare guerra alla Germania ( 28 agosto 1916), la quale ora poteva riversare divisioni su divisioni sul nostro fronte. Per contro c’è da dire che l’Italia avrebbe dovuto dichiarare guerra alla Germania 15 mesi prima, questo ritardo rispetto alle aspettative alleate, peserà negativamente sulle rivendicazioni italiane nella conferenza di pace.Nel frattempo, sul fronte interno, regnava ancora una sorta di mistero su cosa stava accadendo nelle trincee, i mass media erano scarsamente sviluppati e le notizie erano spesso filtrate dalle autorità, la posta dei soldati era sottoposta ad una meticolosa e spietata censura e le licenze erano merce più rara del buon cibo, insomma, si faceva di tutto per nascondere ciò che stava accedendo al fronte, per nascondere che i soldati morivano a migliaia in operazioni folli e mal congegnate, che i rifornimenti scarseggiavano, che le trincee erano luoghi infernali, esposte alle intemperie in tutte le stagioni, erano putride e fangose, popolate di ratti, scarafaggi, pidocchi e altri parassiti. I soldati, spesso, aspettavano impazienti le offensive pur di poterle lasciare. In tali ambienti le malattie diventavano delle vere e proprie epidemie; nei mesi invernali i soldati erano spesso soggetti a congelamenti, poiché i luoghi riscaldati o semplicemente asciutti erano rarissimi.
Il 1917 fu un anno maledetto per tutti i paesi alleati: la Russia costituiva un fronte ormai solo sulla carta, mentre in Francia e in Italia, dopo le enormi emorragie provocate spesso da offensive inutili, stavano avvenendo una serie di ammutinamenti che furono repressi, soprattutto ad opera di Cadorna, in maniera barbara e disumana, con condanne e fucilazioni spaventosamente numerose, le cui motivazioni erano spesso a dir poco ridicole. Ma nonostante ciò le truppe italiane continuarono a combattere con un impeto e una determinazione incredibili. Lo dimostrarono ancora una volta nella decima battaglia dell’Isonzo e poi nell’undicesima. Queste battaglie, volute da Cadorna, non ottennero altri risultati che quello di provocare un altro enorme stillicidio di uomini, dato che si smorzarono dopo poco per l’impossibilità di portare avanti, su quel terreno accidentato, le artiglierie per aiutare l’avanzata dei fanti.
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