Ricordati di essere sempre un esempio positivo,
è l'unico modo per vincere la guerra..

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Gli intellettuali e la guerra

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Pubblicato in : Grande Guerra, Grande Guera

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Nell’800, sull’onda dell’industrializzazione in vertiginosa crescita, negli ambienti culturali europei si affermò un clima di speranza e di fiducia nel progresso. Con il Positivismo, infatti, prese forma quell’idea, orami radicata in molti paesi, che l’industrializzazione e il progresso tecnologico avrebbero via via migliorato il tenore di vita fino a risolvere tutti i problemi dell’umanità. E’ questo il momento in cui la misurazione e l’osservazione oggettiva di tutti i fenomeni naturali, è considerato il solo modo per capire come funziona il mondo. Tale clima si ripercuote anche sulla letteratura trasformandone radicalmente le forme.

Il romanzo, ad esempio, non è una storia inventata e spesso fantastica in cui il narratore illustra il contesto narrativo e svela tutti i retroscena dei personaggi, ma è una narrazione il più possibile oggettiva di un fatto nel quale, come afferma Verga, l’autore è completamente eclissato e non interviene né con indicazioni esplicative sul contesto del romanzo né con giudizi personali.
Ma alla fine dell’800 e l’inizio del 900 sono gli stessi scienziati che con i loro studi vanno a minare la base della concezione positivista, la quale aveva sempre avuto un caposaldo essenziale la consapevolezza dell’esistenza di una realtà oggettiva misurabile e conoscibile mediante le leggi fisiche e matematiche. Infatti gli studi di Bernhard Reiman sulle geometriche non euclidee; le riserve di Henri Poincarè sulla capacità dei metodi scientifici di portare alla conoscenza della verità, nonché gli studi di Max Planck e Ernest Mack, precursori della teoria della relatività di Einstein (che cambierà il concetto di quanto, fino ad allora, era considerato inattaccabile, una realtà oggettiva universalmente riconosciuta, il rapporto tra tempo e spazio); sgretoleranno una delle basi più importanti del positivismo: l’oggettività del reale.
Un’altra spinta alla caduta del positivismo veniva dalla situazione sociale, ed era costituita dall’ascesa della classe operaia, del quarto stato, fonte di tumulti e agitazioni che fanno sentire la borghesia minacciata e quindi meno incline ai principi democratici e meno fiduciosa nel progresso sociale derivato dal progresso industriale; la borghesia si pone quindi sulla difensiva divenendo gelosa dei propri privilegi. Compare lo spettro della rivoluzione, opposto come principio a quello espresso dai positivisti e cioè che il progresso tecnologico inarrestabile avrebbe inevitabilmente comportato un progresso sociale.

Un personaggio emblematico rispetto alla crisi del positivismo è Friedrich Nietzsche. Le sue opere si possono inquadrare in quel sentimento, che andava ormai diffondendosi, di sfiducia contro la ragione scientifica. Il pensiero filosofico di Nietzsche ha come base essenziale quella che da lui è chiamata “ la morte di Dio”, che rappresenta il crollo di quel sistema di valori, soprattutto della religione cristiana, che aveva fino ad allora costituito un punto di riferimento per l’Europa.
Tale protesta è accompagnata dallo “spirito dionisiaco” di Nietzsche che esalta l’eroe gioioso e libero, il vitalismo e in cima a tutto la spirito agonistico e la volontà di potenza. Questo sentimento nasce in contrasto con la massificazione della popolazione, il cui conformismo di gusti e costumi pone le basi per l’affermazione del sentimento superomistico (introdotto proprio da Nietzsche, e poi ripreso e stravolto dai regimi totalitari sorti nel primo dopoguerra). Nietzsche pensa infatti che l’uomo, essendo un’evoluzione dell’animale, debba continuare ad evolversi, venendo sorpassato dal “superuomo” che deve riacquistare le sue prerogative più nobili divenendo “il senso della vita”. Il superuomo è inoltre colui che scopre da solo la via per migliorare e per elevarsi al di sopra delle masse e si adopererà affinché tutti lo imitino compiendo la loro evoluzione.

A tutto ciò si oppongono i decadenti. Il termine decadentismo viene per la prima volta utilizzato da Verlaine in “Languore”, in cui parla della decadenza del tardo Romano Impero, introducendo un tema che sarà uno dei motivi simbolo del decadentismo. Verlaine interpreta infatti quella sensazione diffusa di un prossimo crollo, di una caduta, di un’imminente tragedia epocale che spazzi via una civiltà e con essa le sue speranze e le sue convinzioni sul fatto che quel punto dell’evoluzione raggiunto, che per i decadenti è solo il punto culmine prima del crollo, non sia altro che l’inizio della fine dei problemi dell’umanità che l’inarrestabile processo di sviluppo e di industrializzazione trascineranno via con sé.
I decadenti si pongono al di fuori della società e dei valori borghesi: in quanto artisti, infatti, amano l’opera unica ed irripetibile, disprezzando la produzione in serie nonché la caotica e impersonale società di massa. I decadenti in contrasto con le teorie scientifiche che affermano che l’unico modo per conoscere il mondo e la natura è quello di osservarlo e studiarlo mediante leggi fisiche e matematiche, ritengono che ogni cosa del mondo è legata alle altre attraverso arcane e segrete corrispondenze che solo l’io dell’artista (più sensibile degli altri) è in grado di cogliere attraverso uno stato abnorme della coscienza ottenuto mediante una completa sregolatezza di tutti i sensi. Così gli artisti diventano veggenti, gli unici in grado di capire la vera nature delle cose.
Tutto ciò però viene sconvolto il 20 febbraio 1909 quando, con la pubblicazione da parte di Marinetti del manifesto futurista, nasce cosi il movimento futurista.

I futuristi, disgustati da ogni tendenza e tradizione del passato, cercano uno slancio verso il nuovo, il diverso, il mai visto; figli dell’era industriale, la esaltano, e unendosi all’entusiasmo di quanti vedono nella tecnologia la chiave per il miglioramento della vita e delle condizioni umane, producono opere in cui è espressa ammirazione e fiducia verso il progresso che porterà sempre maggiori benefici per tutti. Sono predicatori del mito della velocità e del dinamismo espresso dalle macchine, nonché dall’azione violenta che rinnega ogni forma di organizzazione politica e sociale, promuovendo un forte individualismo, sono inoltre fautori del militarismo e del nazionalismo. Esaltano: “il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo il pugno”.
La letteratura, la musica, la pittura sono investite e sbriciolate nelle loro regole, dalle teorie futuristiche. Nel teatro si tende a voler distruggere tutti i generi tradizionali a favore del solo varietà, volto a sconvolgere la platea inserendo elementi che ne suscitano la sorpresa, elementi distruttori della passata logica teatrale. Nella musica fanno il loro ingresso i rumori per poter “dare l’anima musicale delle folle, dei grandi cantieri industriali, dei treni, dei transatlantici, delle corazzate, delle automobili e degli aeroplani. Aggiungere ai grandi motivi centrali del poema musicale il dominio delle macchine ed il regno vittorioso dell’elettricità”.
È dalla pittura invece il compito di rappresentare la sensazione di dinamicità e di movimento espresso anche attraverso la simultaneità in cui gli oggetti vengono distrutti o sparpagliati, liberati dalla logica comune e indipendenti gli uni dagli altri.
Per quanto riguarda il programma politico dei futuristi, questo è fondato su basi irrazionali quali il nazionalismo, l’irredentismo e l’anticlericalismo. I futuristi sono inoltre promotori dell’azione violenta, appoggiano la guerra e la considerano un momento di epico valore considerandola addirittura la “sola igiene del mondo”.

In merito alla situazione sociale possiamo dire che l’Europa attraversava un periodo di floridezza e di splendore “la Belle Epoque”. Tale periodo di spensieratezza e di ricerca del lusso e della bellezza trasforma le capitali europee in luoghi fastosi, pieni di ritrovi e attrazioni per un pubblico avido di bellezze. Sono molto frequentati i caffè, gli ippodromi e i casinò ma anche le città termali e le spiagge; nasce in questo periodo la moda della villeggiatura al mare che conosce una rapida diffusione.
Sull’onda di questo clima, poi, avvengono dei cambiamenti anche in campo artistico, soprattutto nel campo delle arti applicate (lavorazione dei mobili, vetri, tessuti, tappeti e gioielli ): si impone lo stile liberty, basato essenzialmente su motivi floreali, che compaiono in numerosissime decorazioni. Questo ambiente lussuoso e felice è però ombrato dalle gravi tensioni sociali e dalla difficile situazioni delle classi più povere. Quella tragedia, quel crollo epocale che i decadenti avevano previsto iniziava a far calare il buio su questa “ bella epoca” spensierata, quasi un luogo fiabesco, felice ma allo stesso tempo intriso da un impercettibile alone di disgrazia imminente. Tra le allegre risa delle donne borghesi fastosamente vestite e riunite con i propri mariti in qualche ritrovo all’aperto nelle calde giornate estive, coperto dal rumore delle cicale, era quasi possibile, ascoltando attentamente, percepire un rumore lontano e soffuso: un suono spettrale di uomini in marcia che producono un solo rumore; quello secco e ritmico dei loro passi; marciano sotto il sole cocente e sono tanti da sollevare una grande nuvola di polvere attorno a loro, ma ben presto il suono si dissolve e scompare. Tutto ciò, seppur inevitabile, era ancora lontano e coperto dal frastuono allegro e dal ciarlare della ricca Europa, anche se ormai con passo lento ma deciso, la guerra, con la morte al suo fianco, stava giungendo in silenzio a bussare al gran portone del castello in festa della “Bella Epoque”.

Quando scoppia la guerra, molti intellettuali partono per il fronte insieme agli altri soldati e tale esperienza, per molti, oltre ad essere fonte di travaglio e di sofferenza come per qualsiasi altro soldato, sarà causa di cambiamento e di evoluzione in senso artistico.
Uno dei migliori testi scritti sul conflitto è forse con me e con gli alpini di Piero Jahier, un libro davvero indimenticabile, nel quale l’autore sfrutta l’esperienza della guerra come ampliamento della propria umanità e delle proprie concezioni etiche. Sotto la divisa di alpino riscopre e testimonia i drammi quotidiani del contadino, del boscaiolo e dell’emigrante, cioè di una vita di lotta per il pane, contro la miseria e la mortificazione dell’analfabetismo. La sua partecipazione alla vita miserevole di questi uomini lo fa scagliare contro chi ne ha fatto soldati senza farne prima cittadini. Questo lo induce ad seguire una narrazione non inquadrata nei canoni convenzionali, che fa spesso uso di dialettismi, non tanto per diletto letterario quanto per necessità di veridicità. Indimenticabile è anche il diario di Paolo Caccia Dominioni, non un letterato ma un semplice ufficiale, un ragazzo che racconta e descrive un mondo per noi incredibile e lo fa con una immediatezza e un realismo che non nascondono mai, anzi sottolineano, la crudezza e la tragicità, ma anche la vita di ogni giorno, le sensazioni e le amicizie, insomma tutto ciò che caratterizzò la sua esperienza nella Grande Guerra.

Uno dei nostri più grandi poeti, ed indiscusso protagonista rispetto alle opere ispirate alla guerra, è Giuseppe Ungaretti, il quale parte volontario in fanteria e va a combattere sul Carso, uno dei fronti peggiori di tutta la Grande Guerra. È arruolato nel XIX fanteria. È interventista, ma per una seria di motivi di carattere diverso da quelli futuristi. Infatti Ungaretti si rende subito conto che la guerra è diversa dall’ “igiene del mondo” profetizzata da Martinetti e da seguaci, o da quel grande momento sognato dalla retorica dannunziana, e scopre invece la vera natura di questo fenomeno; da ciò scaturirà un’esperienza che lo segnerà per sempre.
La poesia ungarettiana si modifica di conseguenza e abbandona retorica ed eroismi per introdurre scene e temi crudi ed estremamente efficaci; la sua ricerca si muove in direzione di una poesia della “parola” che, tramite un largo uso della tecnica delle analogie, crea immagini forti, scaturite da una parola, frutto di un’illuminazione resa possibile da una profonda introspezione. Le opere di questo periodo, raccolte poi in “Porto Sepolto” e in “Allegria”, rappresentano, come del resto tutte le opere di Ungaretti, una forte componente autobiografica, in quanto l’autore si identifica nelle sue opere e si inserisce come parte integrante dei mondi da esse visitati. La sua ricerca lo porta, inoltre, a realizzare differenti versioni delle opere che compone: la stesura definitiva è sempre priva di fasi descrittive intermedie che affievoliscono la suggestione delle immagini. Tali aggiustamenti rendono possibili una maggiore partecipazione del lettore, nell’animo del quale vengono indotte le immagini mediante poche ma efficacissime parole, che prima erano più minuziosamente descritte e quindi più imbrigliate dalla penna dell’autore.
Ungaretti nella sua esperienza bellica si trova a combattere non solo in una dei peggiori fronti del conflitto, il Carso; ma è partecipe di una delle peggiori realtà di questa nuova guerra: la trincea. In questi luoghi dove si può morire da un momento all’altro e dove tutto è instabile e relativo, Ungaretti scrive le sue opere prendendo spunto dalla tragedia sua e dei suoi compagni:

di che reggimento siete fratelli?
Parola tremante nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
Involontaria rivolta
Dell’uomo presente alla sua fragilità
Fratelli


È proprio il quotidiano contatto con la morte che rende tutto instabile e fa sorgere nella coscienza dell’uomo questo sentimento istintivo e involontario di solidarietà con quanti vivono la stessa triste realtà. Fratelli, questa parola tremante e fragile come una foglia appena nata si carica di quella forza che resta a questi uomini persi e privi di certezze, cioè la loro fraternità e unione. Questa guerra, come nessun’altra prima, minava, colpiva e spesso sconvolgeva atrocemente l’anima e il corpo di quanti vi presero parte.
Paolo Caccia Dominioni nelle pagine del suo diario scrive: “ora che il tiro si è fatto ragionevole e nelle trincee, rifatte, ci permettono una certa libertà di circolazione, abbiamo un nuovo guaio: il fetore fortissimo dei cadaveri in decomposizione. Molti sono stati sepolti. Moltissimi sono in posizioni dove non si può andare neppure al buio. Altri sono sotto frane di baracchini e ricoveri, tanto che non si riesce a capire da dove viene la puzza, a meno di trovare qualche piede o qualche mano che esce dalle rovine. Dappertutto corpi straziati, dissanguati, deformi; e anche osceni: corpi che fino a poco fa erano gagliardi e vivaci.”
Un’immagine simile è presente nella poesia di Ungaretti; Veglia:

Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato
con la sua bocca digrignata volta la plenilunio
con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio
ho scritto lettere piene d’amore

Non sono mai stato tanto attaccato alla vita


Viene qui detto che il passare una notte accanto ad un compagno atrocemente morto lo sconvolge profondamente nell’animo, portandolo a riscoprire il valore della vita e dell’amore. La forza di questa poesia sta proprio nel profondo contrasto tra la prima strofa, la quale offre una descrizione cruda e priva di retorica del compagno morto, la seconda, che spiega come questa visione abbia turbato l’autore stesso.
Scrive Ungaretti:

Soldati

si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie


Questo è un esempio dell’analogia ungarettiana: tutta la poesia è un’analogia tra le foglie d’autunno e la vita dei soldati i quali vivono sospesi tra la vita e il nulla in un contesto in cui tutto è precario, tutto ciò che con la guerra e con loro è connesso.
Ed è anche vero che i soldati un po’ come le foglie d’autunno sono tanto deboli che i loro corpi e le loro anime sono spazzati e travolti da un vento costituito da tutto ciò che la guerra è.
Scrive Carlo Salsa: il mio compagno uscì dal rifugio strisciando, buona fortuna, mi disse, dopo avermi stretto la mano. Ma una ventata ci investe nel balenio sinistro; vedo l’ombra che mi stava davanti lanciata nel vuoto a braccia spalancate come in croce.”

E ancora Emilio Lussu racconta: “le mitragliatrice nemiche ci attendevano, i soldati cadevano pesantemente, contro di noi si sparava a bruciapelo”. Cosi si moriva negli attacchi del Carso.
Ma la morte non era la sola cosa che investiva queste foglie d’autunno, spesso, anzi, questa era più un bene che un male, poiché chi ad essa sopravviveva era talvolta vittima di ferite e mutilazioni atroci. Il problema, durante il corso della guerra assunse tante e tali sfaccettature che analizzarle tutte, o voler tentare di comprendere ciò che molti soldati furono costretti a dover sopportare, o ancora cercare di avere la coscienza precisa di quale fu la portata di questo dramma a livello personale di chi lo visse, è impresa praticamente impossibile. Alcune testimonianze però ci aiutano a comprendere.
Scrive Paolo Monelli: “arrivano le barelle con i primi feriti, i medici non fanno in tempo a lavare, tagliare, bendare la carne fresca che gli portano; il lagno del ferito steso a terra è sommesso e interminabile, pieno di rinuncia e di abbattimento.”
Caccia Dominioni annota sul suo diario: “feriti e barelle partono tra gli scoppi e la pioggia di rottami, l’odore dei picrati e dei cadaveri dà una nausea soffocante. Siamo tutti degli esseri miserabili. Eppure una volta abbiamo passeggiato sui viali gloriosi di un parco settecentesco, con una tosa bionda al fianco, tra siepi fiorite di rose bianche e cremisi: c’era la luna nel cielo di maggio. Adesso, qui davanti a me il motorista della perforatrice si sta contorcendo nell’agonia, col corpo squarciato, impastato di sangue e di fango. Par di impazzire sotto il tiro che si fa sempre più violento.”

Oltre a tutto ciò cui erano sottoposti i soldati, la loro situazione era ulteriormente aggravata da repressioni e condanne a morte per ammutinamento o per sospetti di ammutinamento o addirittura perché avevano scritto a casa lamentandosi della loro disumana condizione. Sia in Francia, dopo le sanguinose battaglie del ’16, tra cui Verdun; che in Italia, dopo le terribili, numerose e troppo spesso inutili offensive sul Carso e sull’Isonzo, furono compiute una serie di esecuzioni con motivazioni spesso inconsistenti. A questo proposito scrive Gabriele D’Annunzio: “Di schiena al muro grigio furono messi sette fanti; condannati alla decimazione i fucilieri del drappello, allineati, attendono il comando tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, le grosse scarpe deformi; dopo la scarica vidi i berretti, i brani delle cervella coperti dalle mosche a nugoli, le righe del sangue. Erano fanti della brigata Catanzaro dissanguata sul Carso da un inutile serie di attacchi.”
Ma nonostante siano foglie d’autunno e subiscano violente sferzate da ogni parte, i soldati reggono; molti, moltissimi, si staccano dai rami e atrocemente cadono, ma molti altri resistono alla tempesta e riescono a tirar fuori le ultime forze e in uno slancio finale si battono con una furia incredibile e conducono l’Italia alla sua più grande vittoria.

Hupe Dalton, un ufficiale inglese, scrive: “ho visto questi eroici italiani combatte sotto un fuoco che qualsiasi comandante inglese si sarebbe rifiutato d’affrontare.” Della stessa battaglia scriverà Hemingway: “E’ stata una grande vittoria che dimostra al mondo quali meravigliosi combattenti siano gli italiani.”
Alla fine, il 3 novembre 1918, l’Austria-Ungheria crolla; la Germania la seguirà l’11. “L’ inutile strage” ha avuto fine. Così ci raccontano due testimoni dell’avvenimento: “la prima notte di pace il cielo era illuminato da fuochi d’artificio e razzi colorati, si sentivano distanti campane, indietro dalle parti di Treviso e canti e applausi.” (Dalton) “… il loro suono preveniva da tutti i paesi che avevano ancora in piedi il loro campanile, un suono vasto, fuso, dall’alba al tramonto per giorni di seguito.” (Comisso)
Si vuole terminare questa serie con un’ultima citazione, della quale suggeriamo una chiave di lettura: provate a leggere questo ultimo scritto ripensando a tutto ciò che fino ad ora è stato visto. Ciò dovrebbe indurvi a riflettere sulla natura di questo strano evento, su ciò che è stato, ma soprattutto su ciò che ha lasciato al mondo, o meglio su ciò che ha fatto al mondo.
Il brano è di Benedetto Croce, una tra i nostri più famosi filosofi e storici, che nel dopoguerra sarà un acceso oppositore del regime fascista, sorto dalle ceneri e dalle ferite della Prima Guerra Mondiale.

Scrive Croce: “Far festa perché? La nostra Italia esce da questa guerra come da una grave e mortale malattia, con piaghe aperte, che solo lo spirito pronto, l’animo cresciuto, la mente ampliata rendono possibile sostenere e volgere, mercè duro lavoro, a incentivi di grandezza. E centinaia di migliaia del nostro popolo sono periti, e ognuno di noi rivede, in questo momento, i volti mesti degli amici che abbiamo perduti, squarciati dalla mitraglia, spirati sulle aridi rocce o tra i cespugli, lungi dalle loro case e dai loro cari. E la stessa desolazione è nel mondo tutto, tra i popoli nostri alleati e tra i nostri avversari, uomini come noi, desolati più di noi, perché tutte le morti dei loro cari, tutti gli stenti, tutti i sacrifici non son valsi a salvarli dalla disfatta. E grandi imperi che avevano per secoli adunate e disciplinate le genti di gran parte dell’Europa, e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà, al progresso umano, sono caduti: grandi imperi ricchi di memorie e di glorie; e ogni animo gentile non può non essere compreso di riverenza dinanzi all’adempirsi inesorabile del destino storico, che infrange e dissipa gli stati come individui, per creare nuove forme di vita. Gli eroi di Shakespeare - modelli di umanità - non fanno festa quando hanno riportato il trionfo e atterrati i terribili nemici; ma si sentono penetrare di malinconia e le loro labbra si muovono quasi soltanto per commemorare ed elogiare l’uomo che fu loro avversario, e di cui procurarono, essi, la morte”.

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