Nel periodo compreso tra il 24 ottobre e il 9 novembre 1918 si svolse la dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio conosciuta come battaglia di Caporetto. Dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo, conclusasi con una vittoria italiana, gli austriaci temettero di non riuscire a far fronte ad un ulteriore attacco italiano; inoltre, come si è detto, gli imperi centrali volevano far uscire l’Italia dal conflitto sottoponendola ad un attacco il più possibile violento. Lo scopo iniziale di questa grande offensiva era quello di far indietreggiare gli italiani fino al Tagliamento e conquistare alcuni importanti obiettivi strategici quali ad esempio la strada Plezzo-Caporetto-Tolomino. Alle 2 del mattino del 24 ottobre gli austro-ungarico-tedeschi danno inizio al loro poderoso attacco. Per prime entrarono in azione le batterie caricate con proiettili di gas tossico, seguite da un bombardamento, sempre d’artiglieria, volto a distruggere le trincee e le posizioni italiane. Le circa 2800 bocche da fuoco assolsero bene il loro compito spazzando con efficacia le varie posizioni italiane; dal canto suo l’artiglieria italiana, anche a causa dello scompiglio portato all’improvviso attacco, è incapace di reagire adeguatamente.
Quando le fanterie entrarono in azione riuscirono a sfondare in direzione di Caporetto dove giunsero intorno alle 15.00 la rapida avanzata nemica fece sì che le truppe del quarto corpo d’armata rimaste sulla sinistra dell’Isonzo venissero in gran parte catturate.Le truppe austro-tedesche ormai dilagavano; Cividale fu persa nelle ore antimeridiane del 27, mentre Cadorna ordinava la ritirata fino al Tagliamento. In realtà si era già deciso di arrivare fino al Piave, ma era necessaria una tappa intermedia, soprattutto per agevolare la terza armata che doveva effettuare un percorso maggiore, e per coordinare il movimento di altre truppe. Il passaggio del fiume da parte delle nostre truppe avvenne nella notte del 29 e comportò numerosi problemi poiché il fiume in quel periodo era in piena. Il nemico tentò di fermare la ritirata della terza armata ma non vi riuscì in maniera efficace, quindi questa poté passare il fiume quasi indenne. Maggiori problemi vi furono invece più a nord, dove le truppe in ritirata incontrarono difficoltà a causa delle manovre nemiche; comunque ai primi di novembre il grosso delle truppe provenienti dall’Isonzo aveva ormai passato il Tagliamento e si dirigeva verso il Piave.
Fin dal tempo delle offensive austriache in Trentino, l’alto comando italiano si adoperò per rafforzare il monte Grappa il quale, come previsto, si dimostrò il punto perno tra il Piave e gli altopiani. La ritirata oltre il Piave avvenne il 9 novembre e nel pomeriggio dello stesso giorno tutti i ponti furono fatti saltare, iniziava la Battaglia d'arresto.
Il momento per l’Italia fu spaventosamente difficile: l’esercito era in rotta, spesso sbandato e faceva fatica a non disgregarsi. Cominciava a profilarsi il terrore di poter perdere la guerra, quando ci si rese conto della portata della sconfitta subita. Si iniziò dunque, a lavorare con impegno per evitare con qualsiasi mezzo che questo potesse avvenire. Il comando supremo delle forze regie fu spostato da Cadorna al generale Armando Diaz, il quale si adoperò immediatamente per eliminare, fra le truppe italiane, il clima di terrore e il mal contento di cui era principale responsabile il suo predecessore. Per assolvere tale compito organizzò, ad esempio, giochi e svaghi per le truppe in seconda linea, migliorandone notevolmente il morale e quindi anche la capacità combattiva. Intanto, anche e soprattutto a causa delle enormi perdite, furono chiamati alle armi i ragazzi della classe 1899, i diciottenni d’Italia, i quali dimostrarono subito il loro potenziale e il loro valore nelle primissime battaglie che li videro in azione e nelle quali erano riposte le maggiori speranze italiane, poiché, se anche questa classe fosse stata massacrata come le precedenti, non si sarebbero praticamente più avuti combattenti da mandare al fronte.Nel frattempo la produzione industriale a scopo bellico fu portata ai massimi livelli: chiunque poteva lavorò al meglio, per produrre armi, munizioni, vestiario, equipaggiamento e viveri per sostenere le truppe al fronte che andavano consolidandosi e riorganizzandosi.
Tornando alla situazione del fronte, nei giorni successi al passaggio del Piave gli austriaci tentarono più volte di oltrepassare il fiume e in molti casi riuscirono a costituire delle teste di ponte sulla nostra riva. A questo punto le forze italiane accorsero in tali punti per dare battaglia al nemico ed evitare un loro ulteriore avanzamento, dando vita a violenti combattimenti per il possesso di pezzetti di riva. Il nemico stava iniziando una colossale offensiva, dall’Astico al mare, che avrebbe dovuto portare al totale e definitivo crollo delle forze del Regno d’Italia.
C’è da dire che durante il periodo antecedente alle offensive austro–ungariche sul Piave gli alleati misero a disposizione dell’Italia 11 divisioni, ma poiché questi, con tale cessione, volevano assumere il comando delle forze italiane, pretendevano che le loro divisioni fossero poste in seconda linea, volevano che fossero utilizzate solo quando gli italiani avessero creato una situazione sicura per il loro impiego (quindi quando sarebbero state inutili); non volevano invece che il comando italiano decidesse la dislocazione delle divisioni alleate ( per spostarle serviva il consenso dei governi di appartenenza), ed esigeva un’ulteriore ritirata delle truppe italiane ed una loro riorganizzazione su una linea più arretrata. Il comando italiano decise quindi di non usare le truppe alleate, di mantenere il comando assoluto dei propri uomini, di difendere il Piave ad ogni attacco e di usarlo come futuro trampolino di lancio per muovere contro gli imperi centrali. Sul Piave infatti, si sarebbe scritta una importante pagina di gloria italiana, sul Piave si sarebbe compiuto il fato dell’impero austro-ungarico, e questo senza l’aiuto alleato.
Intanto buone notizie giungevano in merito alla guerra sul mare, infatti nella notte tra il 9 e il 10 giugno Luigi Rizzo a bordo del mas 15 insieme a Giuseppe Aonzo col mas 21 incrociarono fortuitamente una formazione austro-ungarica comprendente le due corazzate Szent Istvan e Tegetthoff, ridusse allora la velocità al minimo per evitare di essere scoperto e si avvicinò assieme ad Aonzo alle due navi nemiche. Arrivati a distanza di tiro i due comandanti italiani lanciarono i siluri e invertirono la rotta per disimpegnare alla massima velocità inseguiti dalle navi scorta delle due corazzate. Dei siluri lanciati, quelli di Aonzo andarono a vuoto ma quelli di Rizzo centrarono entrambi la Szent Istvan per la quale iniziò una lenta ma inesorabile agonia. Gli austriaci tentarono di rimorchiarla per portarla perlomeno sui bassi fondali dove farla incagliare per poi recuperarla, ma ciò non fu possibile e alle ore 6.05 del 10 giugno la corazzata austro-ungarica colò a picco.Tale avvenimento ebbe molta risonanza in Italia dove la grande vittoria fu vista come il riscatto di Lissa. La festa fu tale che da quel giorno, ogni 10 giugno la marina festeggia il suo giorno commemorativo proprio in onore di questa impresa. Ma anche in Austria l’avvenimento ebbe un grande peso, poiché il fatto che un piccolo motoscafo di pochi metri aveva affondato la più potente corazzata della flotta, il simbolo della nazione, fu un durissimo colpo per l’orgoglio nazionale dell’impero.
Torniamo ora alle operazioni di terra. Attraverso le due sponde del Piave, tra il 15 e il 23 giugno (battaglia del solstizio) vi furono numerosi scontri, tra i più aspri della guerra mondiale, che si conclusero con una brillante vittoria italiana: i nostri combattenti resisterono agli attacchi del nemico infliggendo gravi perdite. Nei giorni successivi, e precisamente dal 2 al 6 luglio, alcune fortunate controffensive nella zona tra il Piave vecchio e quello nuovo portarono ad un ulteriore arretramento del nemico.Tali azioni ci consentirono uno spostamento su una linea di 8 km più corta, quindi meglio difendibile ;inoltre manteneva le truppe nemiche lontane da Venezia. Ormai eravamo ben attestati dietro il Piave e potevamo iniziare la riorganizzazione per il nostro attacco. Il generale Diaz parlando con Foch nel gran quartiere generale alleato ebbe modo di accordarsi con lui in merito alle possibili mosse future.
Innanzitutto proseguire nell’azione di logoramento del nemico e prepararsi alle possibili operazioni del ’19, decisive, a detta di Foch, questi era inoltre dell’idea che un possibile attacco italiano sarebbe dovuto avvenire a seguito di un avvenimento che avesse favorito tale offensiva, ad esempio un eventuale crollo della Bulgaria che non appariva affatto lontano. Il 25 settembre, due giorni prima di sapere che la Bulgaria aveva chiesto l’armistizio, fu presa la decisione di sferrare quello che sarebbe stato l’attacco decisivo contro le forze dell’Impero d’Austria-Ungheria e che avrebbe portato l’Italia o la vittoria finale o la totale distruzione.
Il piano italiano si discostava dalle varie offensive tentate dagli alleati sul fronte occidentale, in quanto questi ultimi lanciavano un attacco su tutta la linea colpendo un po’ qua un po’ là per far arretrare le forze nemiche. La strategia italiana prevedeva, invece, un attacco massiccio volto a sfondare lo schieramento nemico in un unico punto scardinando tutto il fronte e provocando una disordinata e rapida ritirata. Tale compito sarebbe stato assolto dall’VIII armata che avrebbe attaccato in direzione di Vittorio Veneto, colpendo il punto di unione tra la V e la VI armata austriaca. Nel suo attacco sarebbe stata coperta sui fianchi dalla X e dalla XII armata, due piccole armate guidate da comandanti alleati (i quali però dipendevano dal comando dell’ VIII armata) e con al loro interno piccole aliquote di truppe alleate a cui l’alto comando italiano volle concedere l’onore della battaglia finale. L’operazione era segretissima, tanto che gli stessi combattenti sapevano che l’attacco doveva avvenire sull’altopiano di Asiago; persino il governo fu tenuto all’oscuro di tutto, per circa due settimane. L’ordine d’attacco recava la data del 14 ottobre; tale attacco sarebbe dovuto iniziare il 18, ma a causa delle condizioni del Piave fu rinviato varie volte. Il fatto che l’attacco dovesse essere posposto preoccupò l’alto comando che decise allora di far intervenire per prima la IV armata, che si trovava a sinistra della XII e aveva lo scopo di distrarre il nemico per indurlo a concentrare le sue forze su di lei e distogliere quindi dal luogo in cui avrebbe operato l’VIII armata. Per sostenere lo sforzo della IV armata l’alto comando affrontò il rischio di alleggerire di truppe la VI, la VII e la III armata. La VI armata dislocata nella zone dell’altopiano e impoverita di forze a vantaggio dell’azione principale aveva il compito di fronteggiare eventuali azioni di reazione nemiche e di sfruttare ogni eventuale situazione favorevole.
Quando partì l’offensiva un ruolo di grande importanza fu ricoperto dalla IV armata che attaccò con grande violenza e anche se avanzò di poco inflisse al nemico gravi perdite costringendolo a spostare le sue riserve per contrastare l’azione. Tutto questo andò a vantaggio dell’VIII armata e dell’azione principale. Ora il grande problema iniziale che dovettero affrontare gli attaccanti fu quello di attraversare il fiume, il quale era in piena e distruggeva facilmente i ponti allestiti dalle truppe italiane. Alcuni gruppi di combattenti però, riuscirono ad attraversare il fiume e a consolidarsi sull’altra sponda e nella notte tra il 28 e il 29 ottobre i ponti furono gettati definitivamente cosicché il grosso delle truppe italiane poterono attraversarlo, organizzarsi rapidamente e iniziare il grande attacco.Il 24 ottobre 1918, consce della responsabilità di vita o di morte del paese che gravava su di loro, le truppe del regno d’Italia fanno vibrare il loro ultimo e decisivo colpo contro l’Impero austro-ungarico.
Come detto, la prima a lanciarsi all’attacco è la IV armata, ma la resistenza austriaca è poderosa, e gli italiani faticano ad avanzare, ma riescono ad attirarsi contro una quantità di truppe provenienti da altri settori ( come quello di fronte all’VII armata ); cosicché nei giorni successivi si ebbero condizioni migliori per l’attacco dell’VIII armata, la quale, però, incontrò gravi difficoltà, in parte dovute alla piena del fiume e in parte a causa della resistenza austriaca.
L’ VIII armata era inchiodata quasi tutta ancora dietro al Piave e la testa di ponte al di là del fiume faceva fatica a resistere ai contrattacchi nemici. Tale situazione fece ipotizzare l’arresto dell’avanzata delle ali delle truppe attaccanti, (X e XII armata ) cosa che avrebbe potuto far fallire l’attacco. A questo punto il comandante dell’VIII armata, idea e attua un’ottima manovra che cambierà le sorti dell’operazione: manda il grosso della sua armata, che ancora non aveva attraversato il fiume, ad attraversarlo più a sud, dove lo avevano attraversato la X armata, per poi attaccare gli austriaci, che bloccavano la via al centro dello schieramento italiano, sui fianchi e alle spalle. Poteva iniziare la grande avanzata che avrebbe sfondato il fronte austriaco in direzione di Vittorio Veneto. Intanto anche sul grappa e sull’altopiano di Asiago venivano occupate le retrovie e tagliate le vie di rifornimento e di ritirata del nemico. L’esercito austriaco era ormai in rotta e completamente distrutto, il 30 ottobre le truppe italiane entrano a Vittorio Veneto e il 3 novembre a Trento e Trieste. Lo stesso 3 novembre a villa Giusti venne firmato l’armistizio che divenne effettivo il 4.Gli stenti, i lutti, le fatiche e i sacrifici di tre lunghi ed estenuanti anni di lotta, consegnano alla storia quella che è da molti ritenuta la più grande vittoria italiana, conseguita in gran parte grazie alla strenua ed appassionata resistenza delle truppe italiane che resero il Piave un muro inviolabile sul quale si infransero tutti gli attacchi nemici e sul quale si andò via via spegnendo la forza del grande impero.
La guerra è vinta, l’Italia ha definitivamente completato il suo risorgimento sconfiggendo definitivamente l’Impero austro-ungarico. Ma nonostante la guerra sia finita altre amarezze attendono l’Italia nei trattati di pace e nuove, gravi difficoltà la metteranno alla prova nel primo dopoguerra.
Mister Wong
Digg
Del.icio.us
Slashdot
Furl
Yahoo
Technorati
Newsvine
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio














