Ricordati di essere sempre un esempio positivo,
è l'unico modo per vincere la guerra..

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I ragazzi del '99

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Nacquero nel 1899, l’ultimo anno del secolo che aveva visto la fine dell’epopea napoleonica, tutti i moti indipendentisti d’Europa, i moti risorgimentali, l’unità italiana e quella tedesca, l’indipendenza della Grecia sfuggita all’Impero Ottomano; la corsa alle colonie compiuta da tutte le grandi potenze mondiali, e poi la rivoluzione industriale, l’inizio timido del benessere e del consumismo, la rivoluzione dei costumi.
Hanno passato un’infanzia annegata da una parte dai traumi degli scontri sociali tra lo stato e i movimenti operai, dall’altra dall’ostentata serenità ben educata e ben vestita della Belle Epoque, da quell’ottimismo spesso cieco che voleva lasciarsi alle spalle tutto ciò che era stenti, fatica e privazioni. La società iniziava la trasformazione da rurale e contadina a industriale, e i ragazzi nati in quell’ultimo scorcio di ‘800 trascorrevano la loro infanzia ignari del fatto che gli equilibri del “concerto delle nazioni” ovvero la pace delle diplomazie europee e forse più realisticamente dell’equilibrio della forza e della reciproca diffidenza, era sempre più precaria.



Quando la guerra iniziò pochi credevano veramente che l’Italia si sarebbe fatta trascinare nella bolgia della prima Guerra Mondiale, praticamente nessuno pensava che quell’inferno potesse durare anni e macinare centinaia di migliaia, anzi, milioni di morti, feriti, mutilati.
E così dopo uno stillicidio immane di anni e anni, l’esercito indebolito fino allo stremo cede durante l’offensiva di Caporetto e inizia una ritirata, molto più ordinata e dignitosa di quello che per anni ci hanno fatto credere, ma è comunque una ritirata che lascia sul campo centinaia di migliaia di uomini e di chilometri quadrati di suolo italiano. Oltrepassato il Piave i ponti vengono fatti saltare, il comandante Cadorna viene sostituito con Armando Diaz e viene presa la dolorosa decisione di mandare gli ultimi soldati disponibili nel calderone che tutto macina.
l’ultima leva di cui l’Italia dispone è costituita da 270.000 ragazzi del 1899, divisi in 108 battaglioni e distribuiti su tutto il fronte. La loro giovinezza e la loro incoscienza dovranno dare, nelle intenzioni dei comandi, oltre al necessario aiuto numerico, l’altrettanto necessario aiuto morale. Questi ragazzi metteranno il loro coraggio e il loro entusiasmo di adolescenti al servizio di un esercito che non è più all’offensiva per conquistare Trento e Trieste ma in una disperata difesa dell’integrità stessa dell’Italia.

Molti di loro come era prevedibile finirono come le generazioni che li avevano preceduti, massacrati dalle nuove micidiali armi, ma alla fine il loro apporto fu decisivo per permettere al Regio Esercito di resistere nella “battaglia d’arresto” (prima battaglia del Piave), combattuta nel novembre del ’17 subito dopo Caporetto; nella “battaglia del solstizio” (seconda battaglia del Piave) ultima grande offensiva austro-ungarica lanciata nel giugno del ’18 ed infine, diedero quello slancio necessario alla riuscita dell’offensiva partita un anno esatto dopo Caporetto, il 24 ottobre 1918, che ebbe come culmine la “Battaglia di Vittorio Veneto” la quale pose la parola fine alla guerra e all’Impero Austro-Ungarico.


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